Che cosa mangiavano gli antichi Romani?

Gli antichi Romani di età imperiale mangiavano cibi simili a quelli presenti sulle nostre tavole, ma con delle peculiarità, come il garo. Nei vari secoli però non avevano sempre gli stessi cibi, oppure c’erano differenze tra le abitudini alimentari della città e quelle della campagna. Vediamo, nel dettaglio, che cosa mangiavano.

La cena di Trimalcione

Un testo molto utile per ricostruire che cosa mangiavano gli antichi Romani è il Satyricon di Petronio. In realtà non si conosce l’autore di quest’opera letteraria, ma egli è identificato verosimilmente con Petronio, un personaggio che ci viene dipinto da Tacito (Ann. 16.17-19) come un esteta dedito all’ozio e al piacere, ma anche come un uomo raffinato. Nel Satyricon Petronio descrive un banchetto: si tratta della conosciutissima “Cena di Trimalcione” (capp. 27-78), durante la quale vengono servite numerose portate. Questo testo è ricco di informazioni sulle pietanze preferite dai Romani di età imperiale, che abitavano in città e che appartenevano a una classe sociale elevata.

Casa dei Casti Amanti
Scena di banchetto nella Casa dei Casti Amanti a Pompei.

Che cosa possono assaporare gli ospiti di Trimalcione? Piatti a base di carne e pesce, il garo, uova, miele, pane, focacce, legumi, frutta fresca e secca. La verdura, invece, sembra bandita dal banchetto.

La carne e il pesce

Nel Satyricon si parla di maiale (porcus), scrofa (sterilicula ossia vulva di scrofa, sumina ossia mammelle di scrofa), cinghiale (aper), bue (bubula), vitello (vitulus), pollame (altilia, gallus, gallinae altiles, anser), selvaggina varia (glires, turdi, ficedula, lepor), pesce vario (pisces, mullus), molluschi (ostrea, pecten), crostacei (locusta marina), salsicce (tomacula), testicoli e rognoni (testiculus, rienes). Ne ricaviamo che, in età imperiale, la carne è alla base della dieta romana.

Particolare di un mosaico di Pompei
Particolare di un mosaico di Pompei

Ma non è sempre stato così: in età arcaica la dieta romana è praticamente vegetariana, perché si consuma poca carne. Se si mangia della carne, essa è di maiale, perché il bue è troppo prezioso per il lavoro dei campi e per la trazione.
Successivamente, nel terzo secolo dell’età repubblicana, la carne bovina, compresa quella di vitello, diventa più frequente sulla tavola romana. Presso i mercati, però, arrivavano soltanto le carni degli animali vecchi, non più utilizzati nel lavoro dei campi.
Alla fine della Repubblica, nel I secolo a.C. avviene il grande cambiamento: Varrone (Rust. 3.3) e Plinio il Vecchio (Nat. 8.77-78, 9.34-35) ne attribuiscono la causa all’aumento del lusso e della sfrenatezza che caratterizzarono quell’epoca.

Tordi e uova
Tordi e uova, pittura murale di una villa di Pompei.

Il garo

Alla cena in casa di Trimalcione non può mancare il condimento più famoso tra i cibi romani: la salsa di pesce, il garo. Grazie a Gargilio Marziale, scrittore di agricoltura nel III secolo, sappiamo come avveniva la sua preparazione:
«Preparazione della salsa detta omogarum. Si prendono pesci grassi, come lo sono salmoni, anguille, cheppie, sardine e aringhe, e con questi pesci, erbe aromatiche seccate e sale si fa questo composto. Si prepara un vaso bello solido e ben rivestito di pece, della capacità di tre o quattro moggi, e si prendono delle erbe secche molto odorose, sia di orto che di campo, come ad esempio aneto, coriandolo, finocchio, sedano, santoreggia, sclarea, ruta, menta, menta selvatica, levistico, puleggio, serpillo, origano, betonica, argemone, e con queste si fa, in primo luogo, uno strato sul fondo del vaso. Poi, con i pesci, interi se sono piccoli, tagliati a pezzi se sono grandi, si fa un altro strato. Sopra si aggiunge un terzo strato di sale alto due dita. Poi si deve chiudere, ponendovi un coperchio, e lasciare così per sette giorni. Trascorsi questi, per i venti giorni successivi, questa preparazione deve essere mescolata fino in fondo con un bastone di legno fatto a forma di remo, due o tre volte al giorno. Passati i venti giorni, si raccoglie il liquido, che viene fuori da questa preparazione, e, così, a partire da esso si ottiene la salsa o l’omogarum» (Garg. Mart. Confectio liquaminis quod omogarum vocant, traduzione di Pamela Tedesco).

Altri cibi di origine animale

Alla cena di Trimalcione sono servite anche uova di pavone (pavonina ova) e di oca (ova anserina) e del miele (favus). Sono assenti, invece, il latte e i latticini, perché non erano diffusi in ambiente urbano. Il latte era uno degli alimenti principali dei contadini, quindi era comune soltanto in campagna.

I cibi vegetariani

Nel Satyricon vengono serviti anche pane (panis) e focacce (scriblita, placenta). Il pane non doveva essere né di farro, né di orzo. Per quanto riguarda il farro, si ritiene che la sua farina non fosse mai impiegata nella preparazione del pane. Per quanto riguarda la farina d’orzo, essa era utilizzata per la panificazione, ma Plinio riferisce che il pane di orzo, usuale presso gli antichi, era ormai solo cibo per le bestie (Nat. 18.74) e che si preferiva quello preparato con la siligo, un tipo di farina bianca finissima (Nat. 18.86).
Gli unici legumi presenti nella casa di Trimalcione sono i ceci arietini (cicer arietinum).
Più varia è la frutta fresca o secca (poma, uvae, uvae passae, nuces), che talvolta ha origini esotiche: prugne della Siria con chicchi di melagrana (Syriaca pruna cum granis Punici mali), fico d’Africa (ficum Africanum) e datteri (caryotis, datteri freschi, e thebaicis, datteri da Tebe, quindi secchi).
Per quanto concerne le olive, ce ne sono di due varietà: verdi e nere (olivae albae, nigrae).
Abbondante è il vino.

 


L’articolo è tratto dalla tesi di laurea magistrale “Il sistema ‘cibo’ nell’impero romano: pratica e ideologia” (pagg. 7-12) di Pamela Tedesco.

2 commenti

  1. Molto interessante e curioso. Mi piace

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