L’assenza della carne di cavallo nel Satyricon

In un articolo precedente (questo: Che cosa mangiavano gli antichi Romani?) si è visto che gli antichi Romani di età imperiale mangiavano vari tipi di carne e di pesce, salse come il garo, uova, miele, pane, focacce, legumi e frutta varia. Per stabilire quali cibi erano preferiti o disponibili all’epoca, la fonte principale è stata il Satyricon di Petronio, in cui è descritta la celebre cena di Trimalcione.

Marco Aurelio
Statua dell’imperatore Marco Aurelio a cavallo (Roma).

Nel Satyricon non sono serviti piatti a base di carne equina: è una prima indicazione sull’esclusione di questo tipo di carne dalla dieta romana. Il cavallo, d’altronde, nell’antichità era troppo prezioso, soprattutto come macchina da guerra, e quindi difficilmente si sarebbe sprecato sulle tavole romane. Se non era impiegato in battaglia, la sua forza, maggiore rispetto a quella bovina, poteva essere sfruttata nella lavorazione dei campi; la sua velocità lo rendeva il migliore per i trasporti, il servizio postale e le gare circensi; per altre sue qualità nobili, come il coraggio e l’eleganza, suo malgrado, era scelto come vittima sacrificale.

Cofanetto Tutankhamon
Il cavallo presso gli antichi Egizi in una dettaglio di un cofanetto di Tutankhamon.

Un bene prezioso per la guerra

Nei libri della Storia naturale dedicati alla zoologia, Plinio non parla mai del cavallo come fonte di cibo, ma piuttosto ne esalta le eccezionali capacità dimostrate negli spettacoli circensi e in battaglia, ricordando anche il rapporto di amicizia e affetto che Cesare ed Augusto ebbero con i loro destrieri (Nat. 8.64,65).

Bucefalo
Alessandro Magno con il suo destriero Bucefalo, in un mosaico di Pompei (Museo archeologico nazionale di Napoli).

Che il cavallo era un bene prezioso per la guerra e che dunque non era conveniente sprecarlo in ricette culinarie, lo si ricava da autori come Cesare e Tacito, in cui ci sono riferimenti alla necessità di ricorrere alla cavalleria delle popolazioni germaniche assoggettate, non avendo i Romani di per sé una disponibilità sufficiente di cavalieri e destrieri. […] Nella Guerra gallica Cesare ricorda di essere stato costretto a chiedere ai Germani di inviargli in supporto la loro cavalleria, per riuscire a fronteggiare quella gallica: questo anche se la cavalleria germanica non si era dimostrata poi così tanto eccellente (Gal. 7.65).

Cavalleria gallica
La cavalleria celtica nella Guerra gallica di Cesare.

Il valore simbolico del cavallo

Si consideri, inoltre, che nella mitologia greco-romana il cavallo è un animale divino, figura centrale di alcuni miti: basti pensare ad Abaste, Alastor, Arione, Balio, Xanto, Pegaso, Pedaso e così via. Cavalli nati da divinità, destrieri di eroi, guide del carro solare, centauri, unicorni o divinità protettrici dei cavalli: la mitologia ne era piena e, infatti, qualsiasi cosa divenuta di grande importanza per un popolo, anche nel caso degli animali, è stato resa oggetto di culto. Non si può negare che il cavallo, dal punto di vista simbolico, sia sempre stato per gli uomini europei l’animale più importante, degno di assurgere ai compiti più onorevoli, piuttosto che a quello di riempire gli stomaci. Forse il cavallo più fortunato di tutti fu Incitatus, lo stallone di Caligola, che avrebbe voluto sposarselo, ma si limitò a costruirgli una piccola reggia dove comodamente poteva accogliere i suoi invitati, a portarselo a cena, e a nominarlo senatore (Suet. Cal. 55): era un cavallo seduto a tavola e non sopra di essa.

Incitatus
Incitatus, il cavallo di Caligola seduto a tavola (Photo credit: Scanpix/Mary Evans)

Il cavallo per il sacrificio agli dei

Sulla preziosità del cavallo dovette incidere anche il fattore religioso: alcuni esemplari erano selezionati per il sacrificio agli dei. È il caso dell’october equus, di cui ci parlano diversi autori: da Festo e da Paolo Diacono sappiamo che si trattava di uno dei due cavalli, che guidavano il carro vincente nella corsa che si svolgeva nel Campo Marzio, nel giorno delle Idi di ottobre, poi sacrificato a Marte. Festo, che riprendeva Verrio Flacco, ci dice, in altre parole, che con questo rito si sacrificava un cavallo, simbolo della guerra, anziché un bue, simbolo dell’agricoltura (frugibus pariendis est aptus), perché l’intenzione era quella di ringraziare una divinità della guerra e non della fecondità (Fest. 13,14). Polibio ci dice che doveva trattarsi per forza di un «cavallo da guerra» (ἵππον πολεμιστὴν, 12.4), quindi non solo di un esemplare che aveva dimostrato il suo valore nella competizione circense, proprio perché il sacrificio era offerto a Marte, divinità della guerra.

Anche Tertulliano (De Spectaculi 5.5) riferisce di questi riti, che prevedevano il sacrificio di un cavallo e che erano dedicati a Marte, gli Equiria, che fa risalire a Romolo. Vi erano altre festività ancora, durante le quali si sacrificavano i cavalli, come per esempio le feste in onore di Pale (Parilia).

Ben Hur
Il cavallo negli spettacoli circensi (scena tratta dal film Ben Hur).

Carne bovina e carne equina

Si è già detto che la carne bovina raggiunse le tavole in tempi piuttosto recenti e soprattutto in ambienti urbani e ricchi, poiché il bue era più utile da vivo per la lavorazione dei campi; quella equina non vi arrivò proprio: innanzi tutto i cavalli richiedevano maggiori quantità di foraggio e pascoli più ampi rispetto a quelli richiesti da bovini e suini; qualora si possedessero uno o più cavalli, visto i costi, era preferibile destinarli ad altri usi, come la guerra, il lavoro nei campi, la caccia, il trasporto personale (per il trasporto di materiali si preferivano i muli), il servizio postale, gli spettacoli circensi e i sacrifici rituali. Visto il valore inestimabile del cavallo, non tutti gli equites potevano permetterselo: ricevevano i loro destrieri dallo Stato, oppure una quota per compralo, oltre a dei sussidi per mantenerlo; dovevano, quindi, curarli ed erano anche responsabili della loro morte. È impensabile che, con tutte queste premesse, un Romano, anche se ricco, decidesse di banchettare con il suo cavallo.


L’articolo è tratto dalla tesi di laurea magistrale “Il sistema ‘cibo’ nell’impero romano: pratica e ideologia” (pagg. 18-23) di Pamela Tedesco.
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A tavola nell'antica Roma
Copertina dell’ebook “A tavola nell’antica Roma”

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