Quali erano le malattie nell’impero romano?

Quali erano le malattie nell’impero romano?

La prevenzione oggi

Ai giorni nostri, nei paesi sviluppati, si presta molta attenzione a non contrarre malattie di carenze alimentari, controllando la qualità degli alimenti che si assumono e ricorrendo ad eventuali integratori, anche senza la consulenza del medico. Questo accade perché le maggiori conoscenze mediche e l’aumento dell’informazione hanno responsabilizzato l’individuo.
La prevenzione, a cui si viene educati fin dall’infanzia, contribuisce certamente a mantenere elevate le condizioni di salute dell’intera popolazione. Il bambino impara molto presto a lavarsi le mani autonomamente, per esempio dopo aver giocato al parco o prima dei pasti, e a mangiare la frutta, perché è ricca di vitamine; sul mercato esistono prodotti ideati per coloro che rischiano di avere carenze alimentari, come il latte di soia arricchito con il calcio e le vitamine D e B12, che scarseggiano nelle diete vegetariane e vegane; in generale si è anche abituati ad osservare il proprio corpo e, al primo allarme, come un aumento nella caduta dei capelli, si interviene sulla dieta, per esempio acquistando integratori alimentari o altri farmaci di automedicazione.

Latte di soia
Latte di soia

La prevenzione agisce sia eliminando ciò che può provocare una malattia, sia fornendo gli strumenti per evitare il contagio: per esempio, per quanto riguarda i luoghi pubblici, come le scuole, gli ospedali o le strade, ci sono delle norme igieniche sulla pulizia da rispettare, per ridurre al minimo il rischio di malattie causate dai germi della sporcizia e la trasmissione di esse; oppure esistono i vaccini, per rendere il corpo immune da determinate malattie infettive, e i preservativi, per proteggere dalle infezioni grazie a una vera e propria barriera, che ostacola il contagio per contatto.
Insomma, grazie alla prevenzione, al giorno d’oggi, e ripeto, nei paesi sviluppati, è difficile ammalarsi a causa della scarsa igiene o della malnutrizione, ma si tratta di una situazione molto recente e che non ha precedenti.

La prevenzione nell’antichità

Nell’antichità – ma anche in epoche più recenti – la malnutrizione era largamente diffusa, anche nelle aree più sviluppate, anche a Roma; solo una piccola parte della popolazione, che aveva le capacità economiche per permettersi una dieta varia, si poteva dire ben nutrita, ma, date le condizioni igieniche generali non molto controllate, essa era comunque soggetta al rischio di contrarre alcune malattie, che talvolta non si era capaci di curare per via dell’arretratezza della medicina.
I medici del tempo avevano già intuito che alla base di molte affezioni vi era un problema di alimentazione, quindi spesso cercavano di intervenire correggendo la dieta dei loro pazienti; avevano capito inoltre che le diete, oltre ad essere curative, potevano essere anche preventive, cosicché elaborarono dei veri e propri manuali da seguire per mantenere la buona salute.

Galeno
Galeno

È in età imperiale che la dietetica acquistò particolare importanza, perché era il rimedio prediletto da alcuni medici, come Galeno, che preferivano intervenire in modo meno invasivo possibile, contrariamente a quanto si faceva con la farmacologia e la chirurgia. Già allora si era intuito che era di maggiore efficacia curare una malattia intervenendo alla base del problema, combattendo la malnutrizione (in tutti i sensi, sia in quello di nutrizione scarsa, sia in quello di nutrizione eccessiva), perché altrimenti, qualora ci fosse stata la guarigione, l’affezione si poteva comunque ripresentare infinite altre volte: era necessario, insomma, che l’individuo avesse le difese necessarie per mantenere la buona salute, garantite soltanto nel caso di un’alimentazione corretta.

Le malattie che afflissero l’impero

Al giorno d’oggi, per quanto riguarda la situazione patologica, è possibile ricostruire quali erano i grandi flagelli dell’epoca imperiale: la malaria, la tubercolosi e la lebbra. Lo studio delle fonti letterarie, associato a quello epigrafico con attenzione particolare per le iscrizioni funerarie, a quello archeologico-artistico e a quello paleopatologico, che determina le malattie direttamente sui corpi degli antichi defunti, ha reso possibile individuare quali malattie angustiarono l’umanità nei diversi periodi della storia romana.

Plasmodium falciparum
Plasmodium falciparum (malaria)

La malaria

La malaria fu una delle malattie dominanti dell’epoca romana. Oggi sappiamo che si tratta di una malattia infettiva causata dai parassiti appartenenti al genere dei plasmodi; in particolare sono quattro le specie che provocano la malaria nell’uomo: Plasmodium falciparum, Plasmodium vivax, Plasmodium ovale e Plasmodium malariae. Questi parassiti sono trasmessi all’uomo solo dalla zanzara del genere Anopheles, ma in antichità non lo si era ancora intuito, quindi si ricercavano altrove le cause della malattia.
Il sintomo più manifesto della malaria è la febbre, che si palesa con violenti accessi ricorrenti: per questo la malattia viene chiamata febbre terzana maligna se è dovuta al Plasmodium falciparum, febbre terzana benigna nel caso del P. vivax e P. ovale, o ancora febbre quartana nel restante caso (terzana perché la febbre si presenta ogni terzo giorno, quartana perché si presenta ogni quarto giorno, ma le definizioni sono fuorvianti, perché solo in alcuni casi clinici è rispettato questo intervallo). Queste tre varietà di malaria possono manifestarsi in uno stesso soggetto simultaneamente o in successione.

Zanzara
Zanzara

Nell’antichità non era soltanto il fatto di non conoscere la reale causa della malattia, ossia la zanzara vettore, a complicare la guarigione, ma anche «l’afflusso costante di soggetti vergini, provenienti da regioni non paludose, povera gente di campagna attratta dalla speranza di un lavoro, o schiavi catturati in guerra. Per finire, gli stessi lavori di bonifica, per esempio quelli della palude Pontina, ma anche altri, furono controproducenti a causa della loro limitata estensione: i canali migliorarono la qualità delle terre arabili, ma costituirono nuove distese di acqua stagnante, aggravando così la situazione sanitaria» (Gourevitch 2001).
La malaria, che non si sapeva come curare e che era continuamente alimentata, anche se non era direttamente letale, poteva causare o accelerare la morte di soggetti indeboliti da altre malattie, soprattutto in ambiente urbano, dove le strade cittadine erano piuttosto sporche – lo smaltimento dei rifiuti era un grosso problema per la città di Roma e, infatti, per esempio, ancora oggi il Monte Testaccio testimonia la difficoltà che all’epoca si aveva nell’eliminazione dei cocci delle anfore non riciclabili.

Monte Testaccio
Monte Testaccio

La malaria, quindi, fu una malattia particolarmente difficile da contrastare e tormentò a lungo l’impero romano, perché le condizioni igieniche, benché siano state sempre elogiate in particolare per gli interventi di bonifica e l’impiego degli acquedotti, in realtà erano insufficienti a garantire buoni livelli di salute, soprattutto fra la popolazione urbana di ceto medio-basso. Alle condizioni igieniche inadeguate si aggiungevano le cure mediche poco efficienti, perché non si conoscevano ancora le reali cause della malattia. Anche il celebre medico Galeno, il migliore del tempo, credeva di aver trovato la cura giusta, ma più che altro brancolava nel buio.
Per esempio, nel trattato Ad Glauconem de medendi methodo, Galeno scrive per quanto riguarda la febbre quotidiana, secondo lui caratterizzata da un calore umido: «in questa febbre, l’intero corpo è riempito di umori rimasti crudi. Quanto all’età, alla natura, al luogo, alla stagione dell’anno e al temperamento, essi sono particolarmente umidi. Non ho mai visto un giovane (neanìskos) di temperamento bilioso e secco colpito da questa febbre. Quanto ai bambini (paides), sono soprattutto i più giovani (mikròteroi), o tra i più cresciuti (tèleioi) quelli che sono particolarmente flemmatici, che hanno un’abitudine del corpo spessa, che conducono vita oziosa, mangiano troppo, si danno al bere e fanno bagni ripetuti, a essere preda delle febbri quotidiane» (Gal. K. 11.23, traduzione di Pamela Tedesco).
Per Galeno tutte le malattie, compresa la malaria, si possono spiegare con un eccesso o un difetto di un umore, dovuti praticamente sempre a scelte alimentari sbagliate (ma su questo argomento si ritornerà in seguito): per questo insisteva a curare la malaria con la dietetica, non consapevole che così contribuiva certamente al rafforzamento delle difese immunitarie dei suoi pazienti, ma non poteva renderli del tutto immuni agli attacchi dei parassiti. In ogni caso, aveva intuito che un grande problema da risolvere era la malnutrizione.

Mycobacterium leprae
Mycobacterium leprae

La lebbra

Un’altra malattia che insidiò gli abitanti dell’impero romano fu la lebbra, che in antichità era identificata con il termine di elefantiasi. Oggi con lebbra (o morbo di Hansen) si intende «una malattia cronica che attacca i nervi, cosa ignota agli antichi, e che si manifesta in maniera spettacolare con la modificazione della voce, l’ispessirsi della pelle, la lenta distruzione della cartilagine nasale e delle estremità» (Gourevitch 2001). Il termine lebbra, con cui conosciamo oggi questa malattia, si impose appena nel medioevo, mentre nei testi antichi la si trova indicata con quello di elefantiasi; con lepra si indicava un’altra malattia, che consisteva in «una modificazione della pelle che si produce contrariamente alla natura, con indurimento, prurito e dolori; a volte, capita anche che cadano delle croste a scaglie, e a volte che la malattia divori alcune parti del corpo» (Gourevitch 2001).
La lebbra (elefantiasi) è causata dal batterio Mycobacterium leprae o bacillo di Hansen ed è contagiosa, anche se ancora oggi non si sa bene come avviene la trasmissione. Comparve in tempi molto antichi, anche se non è possibile stabilire con esattezza quando avvenne la prima comparsa: la testimonianza archeologica più antica è rappresentata da uno scheletro del II millennio a.C. rinvenuto in India.

Elefantiasi
Elefantiasi

Plinio afferma che la lebbra colpì in particolare la popolazione dell’Egitto, mentre fu rara in Italia. Galeno cerca anche di spiegare il motivo per il quale era diffusa soprattutto nel territorio egiziano: «Così allora ad Alessandria molta gente soffre di elefantiasi, a causa della dieta e del caldo che vi fa. Ma nelle Germanie e nella Misia questa malattia si vede molto raramente. E tra gli Sciti bevitori di latte non si manifesta praticamente mai. Ma ad Alessandria, per via della dieta che (seguono gli abitanti), si manifesta molto di frequente; infatti, essi si nutrono di orzo, di lenticchie, di frutti di mare e di alimenti sotto sale. Alcuni mangiano anche carne d’asino e altre cose del genere che producono un succo spesso, pieno di bile nera. E, visto che l’atmosfera che li circonda è calda, il movimento del flusso umorale si trasferisce alla pelle» (Gal. K. 11.142, traduzione di D. Gourevitch).
Come nel caso della malaria, anche per quanto riguarda la lebbra, Galeno ne individua le cause in disequilibri degli umori, condizionati fortemente dalla tipologia di cibo ingerito. Galeno non sa che la malattia è dovuta a un batterio, ma ha intuito che colpisce soprattutto soggetti malnutriti: se la dieta di un individuo è insufficiente, le sue difese immunitarie diminuiscono e, di conseguenza, il rischio di contagio aumenta. Tra gli alimenti che contribuiscono a mantenere le difese immunitarie elevate, Galeno indica il latte, assente nella dieta degli Alessandrini.

Il vaiolo

Vaiolo
Vaiolo

Se, poi, ci si sofferma specificamente sulla situazione patologica del II secolo, ossia del periodo del medico Galeno, si deve ricordare anche l’avvento da Oriente della cosiddetta “peste di Marco Aurelio”: questa malattia epidemica, in origine, aveva colpito la Mesopotamia, a metà del 165, ma in seguito si diffuse anche nelle aree mediterranee, portata in Occidente dai soldati dell’esercito di Lucio Vero, che stavano rientrando dalla guerra. Già nel 165 la peste raggiunse l’Asia Minore e l’Egitto; nell’anno seguente fu la volta anche di Grecia, Macedonia, Istria, Italia, Roma e Gallie. A Roma e nelle province, prima di allora, non si era mai conosciuto questo morbo, quindi la reazione più naturale fra la gente fu spavento e disperazione, mentre fra i medici fu improvvisazione e incertezza. Galeno, per esempio, faceva seguire ai suoi pazienti semplici cure a base di latte.

Marco Aurelio
Statua dell’imperatore Marco Aurelio, Roma.

Oggi si è tentato di identificare la “peste di Marco Aurelio”: «Se ci si basa su questi casi e su altri particolari provenienti da altre opere di Galeno, i sintomi sono: febbre elevata, lesioni cutanee e, in particolare, comparsa di pustole nere che finiscono per seccarsi (tale comparsa non è obbligatoria, e l’assenza di pustole costituisce piuttosto un brutto segno), lesioni della bocca e della laringe, tosse, emorragie interne, diarrea, emorragia a livello delle mucose, catarro, attacco polmonare, nausee, vomito, cattivo odore, a volte cancrena, urine “acide” e ulcerazione della vescica, disturbi del sonno con insonnia o, all’opposto, torpore, disturbi mentali. Di quale malattia si tratta? Dopo attento esame tre sono le malattie possibili: il tifo esantematico, la peste e il vaiolo. Non disponiamo di prove paleopatologiche a favore dell’una o dell’altra: nessun corpo mummificato dell’epoca e portatore di vaiolo è stato scoperto fino a oggi. Quanto alla peste bubbonica (dovuta al bacillo Yersinia pestis), non si tratta di una malattia umana, ma di una malattia dei roditori trasmessa all’uomo dalle pulci, e tutto quello che se ne può dire è che gli autori antichi non segnalano la presenza di topi in questo frangente, nonostante il Rattus rattus fosse già presente in Inghilterra nell’antichità. E allora? Se si ammette che la fame non basta a provocare una pestilenza, restano ipotizzabili il vaiolo e il tifo, malattie entrambe sempre endemiche, ma che scoppiano nel caso di un deficit delle difese immunitarie, ad esempio, nel caso di un vero e proprio stato di carestia o di cattiva alimentazione, dato che declino agricolo e declino sanitario vanno di pari passo» (Gourevitch 2001).
Fra le due affezioni, gli esperti hanno indicato il vaiolo come quella più probabile, perché è una malattia caratterizzata praticamente dagli stessi sintomi descritti da Galeno per la “peste antonina”, con qualche differenza, che è trascurabile, se si considera che esistono diverse forme di vaiolo, i cui sintomi cambiano nel tempo in relazione alle variazioni genetiche dello stesso virus: è probabile, dunque, che “la peste antonina” fosse una forma di vaiolo, dovuta all’antenato del virus odierno.

La causa principale: la malnutrizione

Ricapitolando, in età imperiale, all’origine di queste affezioni epidemiche vi è una condizione generale di malnutrizione, diffusa soprattutto fra i nullatenenti e causa anche di malattie non infettive, come per esempio la litiasi vescicale o le ulcerazioni della pelle, che sono descritte nelle opere galeniche.
Galeno, che è consapevole di ciò, anche se spiega quasi tutto basandosi sulla teoria umorale, tenta di curare i suoi pazienti denutriti modificando la loro dieta, con la quale può agire direttamente sugli umori. Nel caso delle ulcerazioni della pelle, per esempio, ancora una volta Galeno raccomanda come rimedio il latte, che consiglia spesso dato che lo ritiene particolarmente influente sull’equilibrio degli umori e quindi necessario, in generale, per il mantenimento di un buon livello di salute. Scrive, infatti, che i neonati, che presentano le ulcerazioni, sono malnutriti per aver bevuto un latte «cattivo» dalle nutrici, anche se non ha intuito che in realtà il problema di fondo sono le carenze vitaminiche, tipiche dei periodi di carestia.
Lasciando da parte gli errori di considerazione da parte della medicina di quasi duemila anni fa, il punto della questione è che gran parte della popolazione soffriva di malnutrizione, che abbassando le difese immunitarie rendeva gli individui facilmente soggetti a malattie di ogni genere, e che si tentò di risolvere il problema fissando delle regole per un’alimentazione corretta.

Le malattie degli antichi Romani ricchi

banchetto

Per quanto riguarda, all’opposto, i più abbienti, si consideri il seguente passo di Seneca: «La medicina un tempo consisteva nel conoscere poche erbe per far coagulare il sangue e rimarginare le ferite; poi, a poco a poco, è arrivata all’odierna molteplicità di branche. E non c’è da meravigliarsi che avesse meno da fare allora, quando l’organismo dell’uomo era ancora sano e robusto e il vitto semplice e non alterato dagli artifici e dal piacere: in séguito si cominciò a ricercare il cibo non per soddisfare la fame, ma per stuzzicarla, e si sono escogitati mille condimenti per eccitare l’avidità: quelli che erano alimento per un ventre digiuno, sono un peso per un ventre pieno. Da qui il pallore e il tremito nervoso degli alcolizzati e la magrezza dovuta alle indigestioni, più miserevole di quella per fame; da qui l’incedere incerto e malfermo e il barcollare continuo, come in piena ubriachezza; il sudore a rivoli su tutta la pelle, il ventre rigonfio per la cattiva abitudine di ingurgitare oltre misura; e poi l’itterizia, il volto pallido, il decomporsi degli organi […] che si putrefanno, le dita rinsecchite per l’irrigidimento delle articolazioni, il torpore dei nervi divenuti insensibili o il loro tremito continuo. E che dire dei capogiri? Dei dolori lancinanti agli occhi e alle orecchie, delle fitte del cervello in fiamme, delle ulcere agli intestini? E ancòra, degli innumerevoli tipi di febbre, alcune violente, altre insinuanti e subdole, altre che si manifestano con brividi e forte tremore? Ma perché elencare le numerosissime malattie, con cui si paga la dissolutezza? Erano immuni da questi mali quegli uomini che non si erano ancòra snervati nei piaceri, che comandavano e servivano se stessi. Irrobustivano il fisico con il lavoro e la fatica vera, stancandosi con la corsa, con la caccia, o arando la terra; e li attendeva un cibo che poteva piacere solo a degli affamati. Perciò non avevano bisogno di tanti arnesi medici, di tanti ferri e vasetti. Le malattie erano semplici e originate da cause semplici: la molteplicità delle portate ha provocato la molteplicità delle malattie» (Sen. Ep. 95.15-18, traduzione di C. Barone).
Da questo passo si ricava che, in età imperiale, i ceti più facoltosi erano afflitti da alcune malattie dovute all’ipernutrizione (diabete mellito, ischemia) o all’alcolismo (tremore, labirintite, vari disturbi epatici, che talvolta si manifestano con l’itterizia).
L’ischemia è una malattia che consiste nella mancanza di sangue in un organo, dovuta a coaguli, che si possono formare per vari motivi, tra cui anche l’obesità.
La labirintite è l’infiammazione del labirinto, che si trova all’interno dell’orecchio, con conseguente incapacità di mantenere l’equilibrio.
Per itterizia si intende la colorazione gialla della cute e delle mucose.


L’articolo è tratto dalla tesi di laurea magistrale “Il sistema ‘cibo’ nell’impero romano: pratica e ideologia” (pagg. 47-54) di Pamela Tedesco.

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