Superstizione vs medicina in età imperiale: il caso di Elio Aristide

Superstizione vs medicina in età imperiale: il caso di Elio Aristide

La testimonianza di Elio Aristide

I Discorsi sacri (in totale sei) sono un’opera di Elio Aristide (117-185 d.C.) molto particolare.

Il dio Asclepio gli è comparso in sogno, ordinandogli di tenere un registro di tutte le sue visioni oniriche, che assumono per lui un valore terapeutico. Deve farlo in particolare durante la permanenza presso il santuario di Pergamo, ma anche in altri periodi della sua vita. Il santuario di Pergamo, in antichità, era frequentatissimo da tutti coloro che speravano di trovarvi cure miracolose.

Asclepio guarisce una donna malata
Tavoletta votiva: Asclepio guarisce una donna malata apparendogli in sogno, Museo Archeologico del Pireo.

I Discorsi sacri sono una vera e propria autobiografia, perché il retore non vi annota solamente i sogni, ma anche tutti i dettagli, talvolta insignificanti, sul decorso della malattia che lo affligge: i cibi e le bevande assunte o espulse, i digiuni, le purgazioni, i bagni, le visioni, le profezie e così via.
Questi discorsi sono “sacri”, perché li scrive ispirato da Asclepio, l’unico suo vero medico di fiducia, che in più è anche divino.

Come Elio Aristide curò l’acidità di stomaco e un bubbone all’inguine

Nel primo discorso, Aristide racconta dei rimedi adottati per contrastare i sintomi di due malattie.

La prima gli comporta dolori allo stomaco (a tal punto da non riuscire a digerire alcun cibo), insonnia e assenza di sudorazione. Si abbandona alle prescrizioni del dio guaritore Asclepio, che gliele suggerisce personalmente in sogno, oppure lo costringe a ricavarle da visioni oniriche in cui non si rivela e la sua volontà dev’essere interpretata.

Sogno di Asclepio
Sogno di Asclepio, Sebastiano Ricci (1659–1734)

In un sogno Aristide scopre da che cosa è affetto: alcuni barbari, dopo averlo catturato, gli versano in gola una sostanza da loro chiamata «acidità», che rappresenta il suo reale problema di salute. Nello stesso sogno gli viene prescritto di vomitare e di astenersi dal bagno: ed è così che continua a fare per lungo tempo.

A seconda delle visioni che ha durante il sonno, egli decide di volta in volta se mangiare o saltare i pasti, se concedersi o vietarsi i bagni, se vomitare, se sottoporsi a clisteri e flebotomie. Talvolta vomitare lo fa stare meglio; altre volte lo fa soffrire al punto da sembrargli di essere in procinto di morire: ciò non importa, perché per lui è di vitale importanza seguire alla lettera le prescrizioni divine.

Bambino malato al tempio di Esculapio
John William Waterhouse, Bambino malato al tempio di Esculapio, 1877.

Ad un certo punto, descrivendo ciò che gli ordina Asclepio, scrive:

«E che dire delle interdizioni dal bagno? Mi furono imposte per un periodo di ben cinque anni e alcuni mesi ininterrottamente, tranne i casi in cui mi ordinò di farlo, d’inverno, nel mare o nei fiumi o nelle fontane. Allo stesso modo, anche la purgazione attraverso il vomito durò circa due anni e due mesi di seguito, accompagnata da clisteri e flebotomie innumerevoli, e tutto questo con una alimentazione scarsa, e questa stessa imposta con la forza.

Eppure, in mezzo a tutti questi digiuni, e a quelli cui mi sottoposi prima e dopo, in questo ultimo inverno, trascorrevo in pratica le mie giornate, incredibilmente, scrivendo e pronunziando discorsi e rivedendo i miei scritti, e il più delle volte continuavo a lavorare almeno fino a mezzanotte, per poi tornare regolarmente, il giorno successivo, alle mie occupazioni abituali, nutrendomi quanto bastava appena; e quando al vomito seguiva il digiuno, solo motivo di consolazione era l’impegno costante in questa attività di studio» (Aristid. Or. 23.286-287, traduzione di S. Nicosia).

Bagni pubblici nell'antica Roma
Bagni pubblici nell’antica Roma

Aristide dunque ci riferisce di essersi sottoposto al duro regime di astinenza da bagni e cibo per dei lunghi anni: non si tratta affatto di un’impresa facile ed è aiutato nella sopportazione di un’autodisciplina così rigida grazie all’attività oratoria, che dà sollievo all’anima e lo distrae quanto basta per resistere con costanza.

La seconda affezione che descrive consiste in un bubbone all’inguine, che è causa di dolori e febbre. In questo caso non è costretto a rinunciare al cibo, ma il racconto sorprende perché ancora una volta Aristide si affida ciecamente alla divinità, che gli ordina di non lasciarsi operare e di non accettare alcun medicamento, opponendosi quindi a tutti i medici, che consigliano l’incisione oppure l’assunzione di farmaci.

Il retore resiste per quattro mesi, durante i quali il bubbone cresce sempre più, finché egli sogna Asclepio, che gli consiglia un farmaco a base di sale: procuratosi questo balsamo, se lo spalma e il bubbone scompare. È per episodi come questo che Aristide continua ad affidarsi al dio, rifiutando le cure dei medici e accettando solo i suggerimenti dei sacerdoti, come quelli di Zosimo, che cita spesso.

Ricostruzione panoramica dell'acropoli di Pergamo
Ricostruzione panoramica dell’acropoli di Pergamo, Friedrich Thierch, 1882 – Tirolo originale: Die Akropolis von Pergamon, reconstruirt nach den bisherigen ausgrabungen

In ogni caso, Aristide dimostra grande fermezza e inclinazione all’autocontrollo. La severa sorveglianza su ciò che affligge il suo corpo gli permette, indirettamente, di padroneggiare se stesso, di allontanare i turbamenti dell’anima.

Le terapie “divine” adottate da Elio Aristide

In ciascuno dei sei discorsi il retore descrive i diversi disturbi e i rimedi adottati per contrastarli, sempre basandosi sulle indicazioni divine: sono numerosissimi i casi di digiuni e di purgazione attraverso il vomito; talvolta egli ricorre al clistere, anche quando sta praticando l’astensione dal cibo da giorni e quindi compie un gesto in apparenza insensato; altre volte si sottopone a flebotomie e salassi.

È sempre molto soddisfatto dalle cure suggerite dal medico divino, compresi i bagni invernali in acque gelide, e comincia a farsi lui stesso interprete delle visioni oniriche, perché quando alcuni suoi consiglieri medici o sacerdoti intervengono, sconsigliandogli di ascoltare la voce divina e proponendo delle cure alternative, non ottiene la guarigione, mentre al contrario la raggiunge sempre, quando segue alla lettera ciò che gli è proposto da Asclepio.

Elio Aristide - Musei Vaticani.
Statua di Elio Aristide, Musei Vaticani.

Scrive infatti: «come non considerare somma prova della potenza del dio il fatto che il medesimo regime e i medesimi atti, quando era lui a deciderli e a indicarli con chiarezza, mi procuravano salute vigore sollievo benessere serenità e ogni più desiderabile beneficio, sia al corpo che allo spirito, mentre, quando erano altri a consigliarmeli, fallendo le sue intenzioni, sortivano effetti opposti?» (Aristid. Or. 24.307, traduzione di S. Nicosia).

La perseveranza di Aristide nel sottoporsi a regimi basati sul digiuno e il vomito, durati per lunghissimi periodi (anni ed anni), è davvero notevole.

Supertstizione vs medicina in età imperiale

Per noi i Discorsi sacri fungono in parte da testimonianza dell’influenza esercitata dalla medicina di età imperiale sulle scelte quotidiane che riguardavano l’alimentazione, gli esercizi, e tutte le altre attività relative alla cura del corpo, finalizzate al mantenimento (o miglioramento) della salute. In quest’opera si vede come un personaggio appartenente alla élite intellettuale vivesse il rapporto con il cibo, in particolare durante la malattia e le cure mediche.

Nel II secolo si seguivano regimi rigidi imposti dai medici, con i quali Aristide aveva a che fare quotidianamente. Nell’Asklepieion di Pergamo egli consultava sia i sacerdoti-terapeuti, che lo aiutavano ad interpretare i sogni profetici, sia i medici propriamente detti, che non dovevano essere affatto incompetenti, se si considera il successo del santuario e il fatto che lì vissero ed insegnarono medici famosi, come Satiro e il suo allievo Galeno (questi si intrattenne presso il santuario soprattutto negli anni 158-161, quando era medico dei gladiatori a Pergamo).

Lo stesso Aristide racconta di essere stato visitato dal celebre Satiro, che gli ha ordinato di interrompere i salassi e di applicare un impiastro sull’area che gli duole; perseverando nell’ascoltare le prescrizioni divine, decide di non seguire i consigli medici e di continuare a sottoporsi ai salassi, ma accetta in ogni caso il cataplasma e dopo alcuni giorni ne fa uso: non appena gli vengono un terribile raffreddore e una forte tosse, attribuisce la colpa al rimedio di Satiro e si pente di non aver seguito alla lettera solamente le raccomandazioni di Asclepio.

I Discorsi sacri dunque ci danno un bell’esempio di regime, al quale all’epoca poteva sottoporsi un personaggio distinto come Aristide, ma ci mostrano anche come fosse incisiva la superstizione, al punto da poter spingere alcuni ad abbandonare la razionalità e a non fidarsi della medicina.


L’articolo è tratto dalla tesi di laurea magistrale “Il sistema ‘cibo’ nell’impero romano: pratica e ideologia” (pagg. 62-67) di Pamela Tedesco.

Se vuoi saperne di più sulle malattie di età imperiale, leggi questo articolo: Quali erano le malattie nell’impero romano?

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