Il dialetto istro-veneto di Capodistria: i racconti di Zarotti

Il dialetto istro-veneto di Capodistria: i racconti di Zarotti

Prima di affrontare nel dettaglio l’argomento del dialetto istro-veneto di Capodistria, conviene fare una breve premessa generale sulle lingue, che sono state usate nella regione istriana, nei tempi precedenti l’arrivo della Serenissima.

Non tratterò della storia né della città di Capodistria, perché esiste già un articolo con degli approfondimenti su quei temi (qui). Consiglio di darci un’occhiata, per avere un quadro più completo su questa città portuale dell’Istria, che per cinque secoli è stata veneziana.

Dagli Istri al periodo veneziano: i cambiamenti linguistici

Gli antichi Istri parlavano una lingua vicina a quella dei Veneti, come dimostrano alcune iscrizioni di età romana, su cui si leggono i nomi propri, che conservavano elementi dell’antico idioma. Il nome originario di Pinguente, per esempio, era *Puko-wenton, che in venetico vuol dire “il (colle) dei pini”; sotto Roma il nome si trasformò in Piquentum.

Pinguente
Pinguente (in croato Buzet)

A un certo punto, con l’arrivo di Roma nella regione istriana, iniziò la latinizzazione, di cui si hanno tracce nei numerosi nomi di luogo in –ano e in –ana, la cui radice è costituita dal nome del primo proprietario fondiario. Momiano, per esempio, deriva dal nome latino Mamilius.
In un primo momento la lingua degli Istri sopravvisse accanto al latino, ma il modello di quest’ultima era troppo forte, cosicché in epoca tardo antica la latinizzazione fu completa.

Nei secoli successivi, siccome arrivarono gruppi germanici, longobardi e slavi, il neolatino parlato in Istria si arricchì di termini stranieri.

Attorno al X secolo, nella parte settentrionale dell’Istria si diffuse il dialetto friulano, anche se con delle differenze tra una località e l’altra. Nella parte meridionale, invece, si svilupparono i cosiddetti dialetti istrioti.

Momiano
Momiano

Quando arrivò Venezia, ben presto nell’area settentrionale dell’Istria i dialetti locali furono soppiantati completamente dalla lingua veneziana; i dialetti istrioti del sud, invece, conservarono più a lungo la loro identità, anche se risentirono molto del modello veneziano. Quest’ultimo fu quello preminente almeno fino al 1797; ancora oggi se ne conserva evidente traccia in tutte le case dove si parla il dialetto istro-veneto.

Il dialetto istro-veneto di Capodistria

Nella città di Capodistria, a partire dal XIV secolo, avvenne il progressivo abbandono della lingua latina in favore dell’adozione del dialetto portato dalla Serenissima. Ciò è testimoniato da tre documenti antichi: la Mariegola della Fraternita di Sant’Antonio del Trecento e i racconti di Antonio Zarotti degli anni a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento.

I racconti di Antonio Zarotti

Antonio Zarotti, nato Parma ma figlio di un capodistriano, fu un noto editore e tipografo. Egli ci ha lasciato due scritti nel dialetto di famiglia.

Marca tipografica di A Zarotti
Marca tipografica di A Zarotti

Il primo risale al 1496, anno in cui compì un viaggio per mare da Ravenna verso Capodistria accompagnato dalla moglie, dalla suocera e dai figli. Ecco un estratto dalla sua descrizione della spedizione:

M CCCC LXXXXVI Die dominica hora I noctis, VIIIJ octubris.
Zonsi in Caodistria cum la mia dona, Madona Barbara e tuta la mia famiglia, partiti da Ravena adì .V. cum Antonio Puxere, patron de barcha. Fui cum el magnifico et sapientissimo D. Andrea Zacharia vicario a Ravena mesi .16. al qual successe el magnifico nobile Domenico Moro. Trovai che mia cugnada quondam M. Thyse(?). dona de M. Baptista mio fradello, zorni .XV. avanti morite, el luni fu sepulta in el nostro sepulchro a S. Domenego.
Andrea Salvadego e Bortholo Rizo, patroni de barcha, conductori de le robe, qualli de conserva cum nui partiro da Ravena, non erano zonti, ma zonseno .6. zorni dapoi cum pessimo tempo et pericoloso: bagnate arquanto le mie robe.

Capodistria
Capodistria

Il secondo documento è stato scritto dallo Zarotti negli anni 1502-1503, durante un altro viaggio, compiuto stavolta da Capodistria verso Otranto. Ecco l’inizio della relazione:

Partissemo da Caodistria per andar a Otranto in regimento a servire el Magnifico D. Fantin Malipiero per vicario. Adì .19. de octubrio .1502. per ordene dato per lettere dal Magnifico M. Domenigo so fradello et de ipso D. Fantin electo governator de Hydronto [Otranto]. Che dovessi conferirme al scoglio de S. Nicolò de Parenzo, così feci.

Il documento è molto lungo. A titolo esemplificativo, si riporta qui un altro passo, in cui lo Zarotti descrive l’ingresso nel porto di Brindisi:

Andassemo in el porto de Brundizo, porto famosissimo et latissimo et dopio. In prima parte a capo uno scoglio è situato un bello castello per custodia. Al segondo porto in la entrata sono duj castelli, uno al incontro de l’altro et tirosse una cathena ferma per securtà: e dicto segundo porto et lato et longo cinze una bona parte de la terra, qual etiam ha un altro bellissimo castello e fortissimo. La cità è mal condizionata. Fassemo dimora zorni uno e per dir qual trovassemo, era in el primo porto alcune caravelle siciliane, od est dedite a spagnolli, et stavamo assecurate quantunque dubiasseno avanti de suoi inimici francesi; et in tale porto erano .5. gallere e duj fuste francese, capitano Pietro Janes, homo valoroso e gran praticone e corsaro.
Certamente si nota che il dialetto capodistriano di Zarotti sembra fendersi, o meglio fondersi con il latino, che egli usa da buon umanista, e con la «lingua ufficiale e diplomatica dello stato veneto», a cui era avvezzo in quanto nella sua vita fu esperto di diritto, rettore dell’Università di Padova e vicario in diverse sedi.

Brindisi
Brindisi

Conclusione

Coloro che parlano o conoscono il veneziano lagunare o d’importazione, troveranno sicuramente familiari alcuni termini dei racconti dello Zarotti appena visti: alcuni di quei termini sono, ancora oggi, usati nel dialetto istro-veneto di Capodistria.

I testi dello Zarotti, però, non costituiscono la testimonianza più antica del dialetto capodistriano, che invece è offerto dalla Mariegola della Fraternita di Sant’Antonio, che fu scritta nel Trecento, quindi almeno un secolo prima. Per mariegola si intende un libro, in cui è trascritto lo statuto di una confraternita religiosa o di un’associazione o di una corporazione laica.

Nel nostro caso si tratta dello statuto della confraternita di S. Antonio di Capodistria. Il termine mariegola era un prestito dal dialetto veneziano; inoltre tutto lo statuto è pieno zeppo di termini veneziani, in mezzo ai quali si trova ancora qualche parola latina. La Mariegola ci testimonia, dunque, la situazione linguistica nel XIV secolo, ossia l’ultimo momento del passaggio dalla lingua del passato, il latino, a quella del presente e del futuro, il veneziano, o meglio il dialetto istro-veneto.

Per maggiori informazioni sulla Mariegola, su Zarotti e sul dialetto istro-veneto: Capodistria veneziana: ieri e oggi, in «Storiadelmondo» 83 (15.12.2016).


Bibliografia

  • Testi esposti nel Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata di Trieste.
  • E. Monaci, Antica Mariegola istriana, «Archivio storico per Trieste, l’Istria e il Trentino» 1 (1881), 123-129.
  • B. Ziliotto, Un testo dialettale capodistriano del secolo XV e notizie su Antonio Zarotti, «Pagine Istriane» 24 (1956), 7-12.
  • P. Scandaletti, Storia dell’Istria e della Dalmazia, Pordenone 2013, 65-93.
  • F. Semi, Capris Iustinopolis Capodistria, Trieste 1975.
  • B. Ziliotto, Capodistria, Trieste 1910.
  • P. Tedesco, Capodistria veneziana: ieri e oggi, in «Storiadelmondo» 83 (15.12.2016).

1 commento

  1. complimenti un bell”articolo grazie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *