Spesso ammiriamo il mondo greco-romano per i valori della giustizia e della libertà che lo permearono, oppure per certe invenzioni filosofiche e politiche che in esso hanno le fondamenta e che caratterizzano il mondo occidentale d’oggi, dimenticandoci però che, all’interno dello stesso mondo greco-romano, una parte dell’umanità era ridotta in schiavitù. I Greci e i Romani liberi sfruttavano altri uomini con ritmi estenuanti per l’estrazione dei metalli nelle miniere, oppure li facevano combattere (e morire) negli anfiteatri per il mero godimento, o ancora li impiegavano come contadini nei propri possedimenti terrieri, e così via. Come è possibile che certi valori, come quello della libertà, coesistessero al fianco del principio della schiavitù?

Raffaello, La Scuola di Atene
Raffaello, La Scuola di Atene: al centro Platone e Aristotele.

Aristotele riteneva che chi era schiavo lo fosse per una sua naturale predisposizione servile: ciò equivaleva a dire che alla base di differenze di condizione ve ne erano di naturali. Sempre secondo Aristotele, lo schiavo era colui che non era in grado di ragionare e possedeva soltanto la forza, quindi certi tipi di lavoro necessariamente erano sua esclusiva. Solo il padrone greco possedeva la ragione e l’anima, a differenza dei barbari-schiavi che avevano soltanto la forza.

Scena del film "Ben-Hur" (1959)
Schiavi. Scena del film “Ben-Hur” (1959).

Nel mondo romano le idee aristoteliche vennero riprese, anche se con alcune differenze. Il binomio schiavo-forza venne ridimensionato in considerazione del fatto che la muscolatura potente non era una qualità innata, bensì andava acquisita nel tempo. Così la forza divenne semplicemente un parametro con cui attribuire un valore allo schiavo, che veniva comprato per svolgere lavori servili: uno schiavo robusto valeva più di uno gracile.

Schiavi che pigiano l'uva
Schiavi che pigiano l’uva (II secolo a.C. Venezia, Museo Archeologico).

A un certo punto, in età imperiale, il concetto di natura servile fu del tutto sostituito dall’istituzione giuridica della schiavitù, difficile da mettere in discussione e sulla quale nemmeno la filosofia romana si interrogò.

Alcuni autori latini, come Seneca, scrissero su come andasse trattato lo schiavo, ma non criticarono tale istituzione, né proposero di abolirla. «Comportati con chi ti è inferiore come vorresti che si comportasse con te chi ti è superiore» suggeriva Seneca (Lettere a Lucilio, 47, 11).

Statua di Seneca a Cordoba
Statua di Seneca a Cordoba

Nemmeno la Chiesa della tarda antichità lottò a favore dell’abolizione della schiavitù: soltanto combatté gli abusi più palesi. Fu nell’alto medioevo che si uscì (nell’Europa occidentale) dalla società schiavistica.

Per meglio comprendere che cosa fosse la schiavitù nel mondo antico – e in particolare in quello romano – bisogna chiedersi: che cos’era lo schiavo? quanti erano gli schiavi? quali lavori essi svolgevano? come ottenevano la libertà? Le risposte si trovano nell’articolo: Lo schiavo nell’antica Roma.

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