Nell’articolo precedente La schiavitù: un paradosso dell’antichità?, ci siamo lasciati con le seguenti domande: che cos’era lo schiavo? quanti erano gli schiavi? quali lavori essi svolgevano? come ottenevano la libertà? Rispondiamo dunque a questi quesiti.

Che cos’era lo schiavo a Roma?

Lo schiavo (servus) era un essere umano (uomo, donna, bambino) considerato proprietà di un padrone, quindi equivaleva a un oggetto che faceva parte del patrimonio del proprietario, esattamente come una casa o il bestiame. In quanto oggetto poteva essere comprato e venduto, ma in quanto uomo poteva essere liberato dalla condizione di schiavitù (quest’ultima era un’originalità di Roma). Non era necessariamente nato schiavo: qualsiasi uomo libero (o qualsiasi donna libera) poteva diventarlo. Lo schiavo non aveva un’identità propria: riceveva il nome del suo padrone e non aveva né patronimico né cognome, ma al massimo, in alcuni casi, si ricordava la sua etnia di origine (trace, cartaginese, gallo, ecc.).

Le fonti letterarie parlano di schiavi già per l’epoca regia e persino uno dei sette re di Roma, Servio Tullio, secondo alcuni autori aveva origini servili, in quanto figlio di una schiava. Nell’epoca regia l’unica fonte di schiavitù era la guerra, infatti gli schiavi erano i prigionieri di guerra.

Bartolomeo Pinelli, Tarquinio Superbo getta Servio Tullio dalle scale del Campidoglio
Bartolomeo Pinelli, Tarquinio Superbo getta Servio Tullio dalle scale del Campidoglio

Conclusosi il periodo delle grandi conquiste (dopo il regno di Augusto) diminuì la possibilità di ottenere schiavi facendo prigionieri di guerra: fu favorita allora la riproduzione servile.

Nell’impero romano erano fonti di schiavitù: i prigionieri di guerra, la riproduzione servile, la vendita di bambini, l’esposizione di neonati, il brigantaggio, la pirateria e infine il commercio, che in realtà seguiva una delle fonti precedenti.

Anche i cittadini, in un certo senso, potevano diventare schiavi, se essi erano debitori insolventi e ripagavano al creditore il proprio debito lavorando anziché con il denaro: in teoria restavano cittadini perché si trattava soltanto di una forma di dipendenza, ma in pratica si ritrovavano a condividere con gli schiavi la stessa condizione.

Alcune città possedevano schiavi pubblici al servizio di una comunità, i quali percepivano un salario e conducevano una vita più autonoma di quelli dei privati.

Quanti erano gli schiavi romani?

Gli schiavi erano numerosi. Non erano di certo una minoranza fra gli uomini liberi: basti pensare che, quando in Senato alcuni proposero di imporre agli schiavi degli abiti particolari per meglio distinguerli dagli uomini liberi, altri fecero notare che così avrebbero offerto loro la possibilità di contarsi e dunque sarebbero potuti diventare pericolosi (Seneca, La clemenza, 1, 24, 1).

Dagli autori latini si ricava che in età imperiale i cittadini romani più facoltosi potevano possedere anche più di 500 schiavi.

Si è calcolato che, a partire dall’epoca di Cesare, gli schiavi costituissero il 30 o il 40 per cento della popolazione complessiva.

Quali lavori svolgevano gli schiavi romani?

Gli schiavi erano occupati in quasi tutte le attività del mondo romano. Moltissimi erano impiegati nell’agricoltura e nell’allevamento; altri settori in cui venivano sfruttati frequentemente erano l’artigianato e la manifattura. Se il padrone andava in guerra, i suoi schiavi lo accompagnavano continuando lì il loro lavoro, ossia portando le scorte, allestendo le tende, preparando gli alimenti, curando la manutenzione degli elmi e così via. Uno schiavo dell’imperatore, invece, poteva arrivare a svolgere importanti compiti nel governo e nell’amministrazione dell’impero.

Schiavi che pigiano l'uva
Schiavi che pigiano l’uva (II secolo a.C. Venezia, Museo Archeologico).

Nei vari ambiti lavorativi, gli schiavi non si trovavano tutti nella stessa posizione; ve n’erano alcuni con ruoli più importanti che appartenevano all’élite degli schiavi. Nella villa romana, per esempio, la manodopera servile era amministrata dal vilicus, che rappresentava il padrone e ne faceva eseguire gli ordini. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, il vilicus stesso era uno schiavo.

I più fortunati ricevevano il «peculio», ossia una parte del patrimonio del padrone (denaro, schiavi, un terreno, un negozio, del bestiame o altro ancora), di cui si occupavano liberamente; si trattava quasi di una proprietà dello schiavo, ma in realtà il padrone poteva recuperarlo in qualsiasi momento. Lo schiavo «preposto», invece, riceveva un bene del padrone, con l’incarico si sfruttarlo a beneficio dello stesso padrone: così il lavoro di alcuni schiavi consisteva nella gestione di un negozio, di un’officina o di un’altra impresa, che dipendeva direttamente dal padrone; alcuni di essi svolgevano tale compito gratuitamente, altri invece ricevevano un salario.

Gli schiavi con peculio o con preposizione erano sostanzialmente amministratori del patrimonio del padrone, a differenza degli schiavi agricoltori, pastori o minatori, che facevano guadagnare denaro al padrone senza ricevere né peculio né preposizione.

Uno schiavo come otteneva la libertà?

Per uscire dalla sua condizione, contro la volontà del padrone, lo schiavo aveva tre possibilità: il suicidio, la fuga e la rivolta.

Scena del film "Ben-Hur" (1959)
Schiavi. Scena del film “Ben-Hur” (1959).

Se veniva organizzata una rivolta, si trattava di un’iniziativa di una sola categoria professionale di schiavi, cioè quella dei pastori. Gli schiavi imperiali, che erano dei privilegiati rispetto agli altri, non provocavano grandi rivolte; similmente, gli schiavi domestici potevano assassinare privatamente il proprio padrone. Gli schiavi pastori, invece, passavano molto tempo tra loro ed erano meno sorvegliati.

Una rivolta servile molto conosciuta è quella avvenuta negli anni 73-71 a.C.: Spartaco fece sollevare cento mila schiavi contro i padroni romani. Ne presero parte soltanto gli schiavi delle campagne, anche perché Spartaco non sarebbe mai arrivato a coinvolgere quelli urbani, che vivevano in condizioni migliori.
Sulla rivolta di Spartaco, vedi anche l’articolo: Il gladiatore: un eroe del cinema di cui si dimentica il dramma

Altrimenti, uno schiavo poteva essere liberato dal padrone tramite la «manomissione», diventando così un «liberto». Non otteneva soltanto la libertà, ma anche la cittadinanza del «patrono» (l’ex padrone).

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