“La romanizzazione della Venetia et Histria” e altri

Quaderni di it-Historia 1

“La romanizzazione della Venetia et Histria” e altri è il titolo del primo fascicolo della raccolta intitolata «Quaderni di it-Historia» dedicata alla storia, all’archeologia, alla letteratura, alla lingua italiana, ai viaggi e alle escursioni (fascicolo senza regolare periodicità).

Per citare gli articoli presenti in questo numero:
[Titolo dell’articolo], in La romanizzazione della Venetia et Histria, «Quaderni di it-Historia» 1 (2.3.2019).

Sommario

Editoriale

La scelta del nome it-Historia

Historia è un termine latino dai molteplici significati: innanzi tutto vuol dire storia nel senso di complesso delle azioni umane nel corso del tempo. In tali azioni umane vanno inclusi non soltanto gli eventi politici, ma anche i costumi, le istituzioni in cui esse si sono organizzate, tutto ciò che le ha condizionate e ciò che esse hanno coinvolto (fatti geografici ed ecologici, fatti demografici, presupposti antropologici e sociologici, fatti economici). La parola historia talvolta serve a indicare la narrazione dei fatti storici, l’azione concreta di mettere per iscritto quanto accaduto nel corso della storia. Historia, però, significa anche narrazione, resoconto, descrizione di una ricerca. Con questa funzione ritroviamo il termine, per esempio, nel titolo di un’opera antica molto celebre: la Naturalis historia (Storia naturale) di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.).

Scegliendo il nome it-Historia, si è inteso alludere sia al significato di narrazione dei fatti storici, sia a quello di descrizione di una ricerca (non necessariamente storica, ma anche per esempio geografica). Il progetto è, infatti, quello di divulgare informazioni, notizie e indagini concernenti la storia, l’archeologia, la letteratura e il turismo tramite il sito web e questi Quaderni.

La particella it anteposta alla parola historia richiama, invece, la rubrica dedicata alla lingua italiana.


Storia

Il Bucintoro

Per circa cinque secoli, ogni anno, nel giorno della Sensa, a Venezia si svolse il rito dello Sposalizio del mare. La cerimonia era divisa in due momenti: prima il vescovo impartiva la benedizione alle acque, poi il doge contraeva il matrimonio con il mare. Tale celebrazione si svolgeva a bordo del Bucintoro, che era più di una semplice imbarcazione: era un simbolo dogale che alludeva alla potenza della Serenissima. Sposandosi con il mare, infatti, il doge riceveva una sorta di investitura sull’Adriatico, che equivaleva a confermare il dominio di Venezia su quel mare.

Francesco Guardi (1712-1793), La partenza del Bucintoro dal Lido nel giorno dell'Ascensione
Francesco Guardi (1712-1793), La partenza del Bucintoro dal Lido nel giorno dell’Ascensione

Che cosa si festeggiava nel giorno della Sensa?

Sensa è il termine veneziano per Ascensione. Secondo gli Atti degli Apostoli, l’Ascensione, ovvero la salita al cielo di Gesù, sarebbe avvenuta quaranta giorni dopo la sua resurrezione. A tale episodio la Chiesa ha dedicato una festività, che si celebra perciò quaranta giorni dopo la Pasqua. Nel 2018, per esempio, l’Ascensione è stata celebrata il 10 maggio, cioè esattamente quaranta giorni dopo la Pasqua, che è stata festeggiata il 1° aprile.

Nella Repubblica della Serenissima, nel giorno dell’Ascensione, si svolgeva la Festa della Sensa. Non si trattava di una festività esclusivamente religiosa: con essa si commemorava la spedizione in Dalmazia del doge Pietro Orseolo II, salpato da Venezia nell’anno mille proprio nel giorno della Sensa. Durante la Festa della Sensa si svolgeva il rito dello Sposalizio del mare.

Qual era il significato dello Sposalizio del mare?

Nel 1177, il pontefice, mentre conferiva la “investitura sull’Adriatico” al do-ge Sebastiano Ziani (in carica dal 1172 al 1178), recitò le seguenti parole: «sicomo el signor sposa la dona, cossì voio che vu spoxé el mar, in signification che vu si el signor de tuto el mar». A questo modo stava ringraziando ufficialmente il doge per la vittoria contro la flotta imperiale nei pressi di Pirano.

Fu in questa occasione che nacque la tradizione dello sposalizio, il quale da rito celebrativo di ringraziamento divenne una cerimonia formale ripetuta ogni anno per secoli. Durante la celebrazione del matrimonio, a un certo punto il doge gettava un anello d’oro nelle acque marine, pronunciando questa frase: «Desponsamus te mare, in signum veri perpetuique dominii». Prima e dopo tale gesto simbolico, restava seduto sulla poppa del Bucintoro.

L’ultimo Sposalizio del mare si compì nel 1796: questa tradizione veneziana, infatti, si spense assieme alla Serenessima, quando Napoleone arrivò in Italia alla guida dell’Armata.

Com’era fatto il Bucintoro?

L’attestazione più antica del termine Bucentaurum risale al 1152, ma a quel tempo con esso si indicava semplicemente una barca da trasporto fluviale. A partire almeno dal 1252, invece, il termine cambiò significato e cominciò a essere impiegato per denominare la nave per le cerimonie dogali.

Si riporta una descrizione del Bucintoro della studiosa Lina Urban (1):

«A due ponti, uno per i rematori, l’altro per i patrizi e gli ospiti di riguardo, era dotato a prua di due speroni all’altezza della linea d’acqua e di una polena che raffigurava Venezia sotto forma di Giustizia, con spada e bilance in mano. La zona di poppa era elevata rispetto al corpo della nave, perché in quel luogo sedeva il doge. Il Bucintoro ornato da intagli e sculture, interamente dorati, era dotato, fino alla costruzione del naviglio secentesco, di una copertura centinata, il tiemo, rivestita all’esterno di velluto cremisi ricamato in oro, all’interno, di velluto azzurro con stelle d’oro. I due ultimi Bucintori, invece, erano sovrastati da una copertura fissa, decorata all’interno con pannelli lignei raffiguranti tematiche di carattere astrologico, interamente dorati e, all’esterno, dalla tradizionale copertura di velluto cremisi».

L’ultimo Bucintoro fu distrutto dai francesi nel 1798.

(1) L. Urban, Il Bucintoro: nascita e fine di un mito, in S. Graciotti (a cura di), Mito e antimito di Venezia nel bacino adriatico (secoli XV-XIX), Atti del I Convegno Italocroato, Venezia, Fondazione Giorgio Cini, 11-13 novembre 1997, Roma 2001, pp. 105-116.

Dibattito: la romanizzazione della Venetia et Histria

La prima volta in cui il termine romanizzazione (nell’equivalente francese romanization) è stato usato nel senso di processo di assimilazione dell’Impero a Roma risale probabilmente già al 1833, quando lo storico Jules Michelet ne fece uso nella Histoire de France (Desideri 1991). In seguito non sono mancate riflessioni sul tema da parte degli storici dell’Ottocento e del Novecento, anche se spesso è venuta meno una prospettiva storiografica adeguata. Theodor Mommsen, per esempio, condizionato dal clima politico contemporaneo, riteneva che la condotta espansiva romana si configurasse come un imperialismo difensivo e che vi fosse un progetto da parte della classe dirigente di romanizzazione delle popolazioni barbare conquistate; la sua visione unilaterale di tale fenomeno è opinabile, in quanto non contempla alcuno scambio tra le due parti. Un altro esempio di prospettiva incongrua è quella della storiografia razzistica ottocentesca e novecentesca, per la quale l’imperialismo romano assurgeva a modello di quelli contemporanei; così Francis John Haverfield nel 1905 pubblicava The Romanization of Roman Britain, prima opera di sintesi a riportare il termine romanizzazione nel titolo, nella quale ci sono continui confronti tra l’Impero romano e quello britannico, entrambi elevati a una posizione predominante rispetto agli altri popoli. A partire dagli anni Settanta del Novecento si cominciò a contestare la categoria di romanizzazione; l’antichistica postcoloniale, per esempio, introdusse quella di resistenza delle culture indigene. Il dibattito non si è ancora concluso, anzi recentemente è stato alimentato da tendenze radicali, che talora attribuiscono alle popolazioni autoctone un ruolo di opposizione così forte, che le espone a essere contestate a loro volta (Bandelli 2009).

Lo storico ed epigrafista Theodor Mommsen
Lo storico ed epigrafista Theodor Mommsen

Gli studi riferiti alla Venetia orientale, all’Histria e all’arco alpino orientale

Gli storici cominciarono a riflettere sulla romanizzazione fin dalla prima metà dell’Ottocento; in considerazione della vastità della bibliografia prodotta sinora, si tralasciano volutamente gli studi datati e superati, menzionandone invece i più recenti, tra quelli che concernono l’ambito geografico suddetto.

Nel 2008 si è svolta la XXXIX Settimana di Studi Aquileiesi, dedicata agli aspetti e ai problemi della romanizzazione nella Venetia, nell’Histria e nell’arco alpino orientale (Cuscito 2009). Tra gli Atti vi è la comunicazione, corredata da una ricca bibliografia, di Claudio Zaccaria (2009), contenente una sintesi sulla documentazione epigrafica utile per la ricostruzione di alcuni aspetti della romanizzazione nell’Italia nordorientale, quali per esempio le forme e le modalità dell’assunzione da parte delle popolazioni indigene del sistema onomastico romano, la sopravvivenza nell’epigrafia latina di elementi onomastici epicori, il rapporto tra coloni e indigeni, e così via. Nello stesso volume, le note sulla categoria di romanizzazione di Gino Bandelli (2009), anch’esse accompagnate da una consistente bibliografia, evidenziano come non manchino questioni antichistiche e ideologiche sulle quali è possibile tornare a riflettere, cambiando però l’angolazione da cui impostare l’esame ed evitando soprattutto di riproporre letture «già presenti (o implicite) in opere del passato». Il dibattito su tali problematiche è tuttora aperto.

Nel 2014 si è tenuto il convegno “Trans Padum … usque ad Alpes. Roma tra il Po e le Alpi: dalla romanizzazione alla romanità”, al quale è seguita la pubblicazione degli Atti (Cresci Marrone 2015). In tale occasione, da una parte è stato presentato un documento inedito, che ha permesso di approfondire alcuni aspetti del processo di romanizzazione in area transpadana, dall’altra sono stati investigati aspetti economici, prosopografici, istituzionali, acculturativi e storiografici. È di particolare importanza il contributo che lo studio del nuovo documento fornisce al dibattito in questione, perché amplia le conoscenze sul problema della persistenza di pratiche onomastiche locali. Si tratta di un frammento di una forma, ossia di un documento grafico di natura catastale, rinvenuto nel 1999 all’interno del criptoportico del Capitolium di Verona e datato fra l’89 e il 42 a.C., sul quale è iscritto un testo che elenca nove formule onomastiche maschili, accompagnate dalle misure delle superfici delle rispettive proprietà terriere: le basi onomastiche celtiche, dato l’ambito geografico, sembrano indicare un’appartenenza al gruppo cenomano. Questo documento, quindi, potrebbe rappresentare un caso di coesistenza di regimi di proprietà fondiaria soggetti a differente condizione giuridica in una fase in cui il processo di romanizzazione non era ancora giunto a termine. Anche se non riguarda specificamente l’area geografica suddetta, ma più in generale tutta l’Italia settentrionale, il volume della mostra “Brixia. Roma e le genti del Po. III-I secolo a.C. Un incontro di culture” (Malnati, Manzelli 2015), tenuta dal 9 maggio 2015 al 15 febbraio 2016, fornisce altrettanti contributi preziosi; vi si trovano saggi, che ripercorrono i momenti della romanizzazione oppure che ne esaminano alcuni aspetti, circa 250 schede, alcune delle quali su materiali finora inediti, e una bibliografia aggiornata.

Frammento della forma rinvenuto a Verona (immagine rielaborata da CRESCI MARRONE 2015).
Frammento della forma rinvenuto a Verona (immagine rielaborata da Cresci Marrone 2015).

Questioni aperte

Come già detto, restringendo l’ambito geografico alla Venetia et Histria e all’arco alpino orientale, non mancano questioni antichistiche da riesaminare.

Un primo aspetto da non trascurare è che il processo di romanizzazione, inteso come fenomeno di riduzione a unità politica e omogeneità culturale di un insieme di popoli assoggettati da Roma, si è svolto con modalità, livelli e tempi diversi a seconda delle popolazioni interessate (Desideri 1991). Differenze si riscontrano anche considerando una regione limitata nello spazio, come quella dell’Histria, dove, dopo la conquista romana, il ritmo dell’acculturazione fu diverso a seconda dell’area. Theodor Mommsen (CIL V, 1, p. 44) confrontava le iscrizioni rinvenute lungo la costa istriana con quelle della zona interna di Piquentum (Pinguente): in entrambi i casi si tratta di epigrafia latina con l’indi-cazione della gens e dei duo o tria nomina, ma nell’agro pinguentino si mantennero i gentilizi terminanti in –icus e –ocus di origine illirica; Mommsen evidenziò così che il processo di romanizzazione aveva raggiunto un livello diverso nelle due aree istriane (Bandelli 2009).

Un altro aspetto da non trascurare è il superamento della definizione unilaterale, che non contemplava lo scambio tra la cultura romana e quella indigena.

È esemplificativo il caso del graffito su frammento di coppa in ceramica grigia, recuperato in mare al largo di Marano Lagunare (Crevatin 2001): l’iscrizione ]go Geminio[i è in alfabeto venetico, ha andamento sinistrorso e presenta il dativo di possesso (Geminioi) caratteristico della lingua venetica, mentre Geminius è certamente un nome di origine latina; si può pensare, quindi, che il Geminio proprietario della coppa fosse un elemento italico portatore di cultura romana che si era venetizzato. Abbiamo anche testimonianza di “Romani istricizzati”: da una località non lontana da Rovigno, nell’Istria meridionale, provengono infatti due monumenti gemelli di una famiglia di immigrati italici, uno con dedica a Fortuna, che documenta l’importazione di un culto, l’altro con dedica a Histria, una divinità locale (Zaccaria 2009).

Questo fenomeno inverso, tuttavia, scomparve progressivamente. Un’altra problematica è quella della persistenza di pratiche onomastiche locali. Studi in questa direzione sono già stati condotti per quanto riguarda sia la Venetia, come nel caso del frammento di forma già citato, sia l’Histria.

Graffito su frammento recuperato a largo di Marano Lagunare (immagine tratta da CREVATIN 2001).
Graffito su frammento recuperato a largo di Marano Lagunare (immagine tratta da CREVATIN 2001).

Relativamente a quest’ultima, nel territorio di Trieste, in un ambiente dove il processo di romanizzazione era stato molto precoce, la conservazione di elementi onomastici autoctoni è stata dimostrata grazie al riesame di alcuni materiali editi della necropoli di San Servolo: il nome Valens, in uso con una certa frequenza dalla popolazione indigena prima della romanizzazione, continuò a essere impiegato nelle iscrizioni dall’élite locale che d’altra parte faceva uso di canoni e formulari romani, dando prova del livello di acculturazione raggiunto (Mainardis 2006).

In aggiunta alle questioni antichistiche summenzionate, un altro problema è l’influenza delle tre viae publicae Postumia, Popilia e Annia sui processi di acculturazione romana nella Venetia orientale. Le tre vie, che furono costruite intorno alla metà del II secolo a.C., permisero di raggiungere agevolmente la Venetia: indubbiamente furono costruite con finalità militari, ma molto presto assunsero anche una funzione economica, in quanto permettevano lo scambio commerciale con la Gallia Cisalpina; inevitabilmente le tre vie favorirono l’incontro di diverse culture, come sembrano testimoniare i dati archeologici, e il bilinguismo.

Anche se l’indagine è già stata avviata grazie all’ausilio dell’epigrafia e della linguistica, una problematica ancora irrisolta è rappresentata dalla possibile persistenza di magistrature “indigene” nella Venetia, in un periodo in cui la romanizzazione è stata progressiva e irregolare. Un altro fenomeno su cui il dibattito non è ancora concluso è quello dell’ascesa al senato romano di membri dell’aristocrazia coloniaria e del notabilato indigeno. Un problema che riguarda anche l’Histria è, invece, la sopravvivenza e la rifunzionalizzazione dei culti locali, che non venivano repressi, se giudicati non pericolosi; ad Aquileia, per esempio, si continuò a venerare divinità come Timavus-Temavus e Belenus-Belinus, mentre in Histria non si smise di praticare i culti di Boria, Eia, Histria, IriaVenus, Ica e così via.

Bibliografia

Bandelli G. 2009, Note sulla categoria di romanizzazione con riferimento alla Venetia e all’Histria, in Cuscito G. 2009, 29-69.

Cresci Marrone G. (cur.) 2015, Trans Padum … usque ad Alpes. Roma tra il Po e le Alpi: dalla romanizzazione alla romanità, «Atti del Convegno, Venezia 13-15 maggio 2014», Roma.

Crevatin F. 2001, Le iscrizioni venetiche del Friuli, in Bandelli G., Fontana F. (curr.), Iulium Carnicum, centro alpino tra Italia e Norico dalla protostoria all’età imperiale, «Atti del Convegno, Arta Terme-Cividale, 29-30 settembre 1995», «Studi e Ricerche sulla Gallia Cisalpina» 13, Roma, 115-125.

Cuscito G. (cur.) 2009, Aspetti e problemi della romanizzazione. Venetia, Histria e arco alpino orientale. «Atti della XXXIX Settimana di Studi Aquileiesi, 15-17 maggio 2008», «Antichità Altoadriatiche» 68, Trieste.

Desideri P. 1991, La romanizzazione dell’Impero, in Storia di Roma, II, Torino, 577-626.

Mainardis F. 2006, Val(ens): sulla forma di un nome nell’abitato romano di San Servolo, in Faraguna M., Vedaldi Iasbez V. (curr.), Δύνασθαι διδάσκειν. Studi in onore di Filippo Càssola per il suo ottantesimo compleanno, Trieste, 297-310.

Malnati L., Manzelli V. (curr.) 2015, Brixia. Roma e le genti del Po. Un incontro di culture. III-I secolo a.C., Catalogo della mostra, Firenze 2015.

Zaccaria  C. 2009, Romani e non Romani nell’Italia nordorientale: la mediazione epigrafica, in Cuscito G. 2009, 71-108.


Viaggi

Camas Shannabhait, Scozia

Prima di partire per la Scozia, credevo che vi avrei trovato soltanto coste alte e frastagliate, brughiera e forse qualche spiaggia di sassi. Ho dovuto ben presto ricredermi, perché nelle Highlands mi sono rifatta gli occhi con delle meravigliose spiagge di sabbia, circondate da falesie o dune. Nella mia classifica delle spiagge più belle delle Highlands, il primo posto spetta indubbiamente alla Camas Shannabhait (in gaelico scozzese) nella Sandwood Bay. Collocata nella parte più settentrionale della Scozia, se non si considerano le isole Orcadi e Shetland, si tratta di una estesa spiaggia chiusa ai lati dalle falesie, mentre alle sue spalle una fila di dune la separano dal Sandwood Loch. Per raggiungerla bisogna prendere un sentiero lungo 6,5 km, che si percorre in circa un’ora e mezza, se si mantiene un buon passo.

Camas Shannabhait (fotografia di Pamela Tedesco, 12 agosto 2017)
Camas Shannabhait (Sandwood)

All’inizio del sentiero vi è un parcheggio libero servito da bagni pubblici gratuiti. Per arrivarci, bisogna prendere la strada B801 per Kinlochbervie e continuare dritto fino al cartello che segnala l’inizio del sentiero (ceum, path). Considerate la lunga passeggiata in mezzo alla spopolata brughiera, necessaria per raggiungerla, e la temperatura fresca dell’estate scozzese, non stupisce che questa spiaggia sia rimasta incontaminata dall’azione antropica.

 Camas Shannabhait (Sandwood)
Camas Shannabhait (Sandwood)
L’acqua del Sandwood Loch scorre lungo la spiaggia fino al mare (fotografia di Luigi Mamilli, 12 agosto 2017).
L’acqua del Sandwood Loch scorre lungo la spiaggia fino al mare.

Italiano

Sì con l’accento o si senza accento?

Scrivere oppure si non è indifferente e mettere l’accento sulla i non è arbitrario. Cambia persino il significato della parola, quindi bisogna conoscere una norma della grammatica italiana in particolare, che regola la scelta dell’accento sul monosillabo si, e prestare molta attenzione.

La regola In italiano l’accento è obbligatorio nel caso di alcuni monosillabi omografi (cioè uguali come scrittura), per distinguerli a seconda del loro significato. Il con l’accento è un avverbio di affermazione. Il si senza accento è un pronome personale o il nome di una nota musicale.

Esempi di casi  in cui si usa il con l’accento:
1) A: Hai comprato il pane? B: Sì.
2) A: Hai fatto i compiti? B: Sì, mamma…
3) A: Hai letto la notizia riguardo al Giappone? B: Sì, è stato un terremoto violentissimo.

Ecco inoltre degli esempi con il si senza l’accento:
1) Elena e Jessica si stanno truccando.
2) Quei due si odiano.
3) Matteo si sottovaluta.

Il trucco Si può dire che bisogna mettere l’accento soltanto quando è il contrario di no, mentre negli altri casi non si deve metterlo. Provate a sostituire il si con il no: se la frase non si regge in piedi, il si non deve avere l’accento. Esempio: Matteo si sottovaluta. Sostituisco il si: Matteo no sottovaluta. La frase così non ha senso, quindi non si mette l’accento.

Esercizi (soluzioni in fondo alla pagina)

1. In ciascuna delle seguenti frasi individua la forma errata tra le due proposte.

1. Alessandra e Luca non si/sì parlano da quasi un anno.
2. Ebbene si/sì, ho deciso di licenziarmi.
3. Ti ho detto di si/sì almeno dieci volte.
4. Si/Sì è saputo qualcosa di nuovo sull’incidente?
5. Ieri la nonna si/sì è sentita male.
6. Si/Sì, ho già visto quel film, ma mi piacerebbe rivederlo.
7. Ci si/sì può fidare di lui?
8. Il si/sì è la settima nota della scala musicale di do maggiore.
9. Andrea si/sì è sbucciato il ginocchio.
10. Credo di si/sì, abbiamo finito tutto.

2. In ciascuna delle seguenti frasi metti l’accento sul si, quando è necessario.

1. La mamma e il papà si sono conosciuti all’università.
2. Mi ha risposto di si: è arrabbiato.
3. Mi domandi se ho finito il lavoro? Certo che si!
4. Quando glielo dissero, Marco si arrabbiò tantissimo.
5. Se potesse, si comprerebbe una casa in montagna.
6. Sei pronto? Si o no?
7. Ci si mette molto ad arrivare a Venezia da qui?
8. Si, è finito il latte.
9. Si sta avvicinando qualcuno.
10. Si è fatto tardi.

Quaderni di it-Historia
Fascicolo senza regolare periodicità

Responsabile
Pamela Tedesco

Revisore
Luigi Mamilli

Il primo numero dei «Quaderni di it-Historia» intitolato “La romanizzazione della Venetia et Histria” e altri è disponibile anche in formato ebook (epub) su IBS.

Quaderni di it-Historia 1
Quaderni di it-Historia 1

Soluzioni degli esercizi
Sì con l’accento o si senza accento?
Esercizio 1
Forme errate: 1. sì 2. si 3. si 4. Sì 5.sì 6. Si 7. sì 8. sì 9. sì 10. si
Esercizio 2
L’accento va messo nelle frasi: 2, 3, 6 e 8.

Pamela Tedesco

Storica e scrittrice, Pamela Tedesco è l’autrice del sito it-Historia.