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Le gemme del Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste

Negli ultimi due anni spesso ho fatto visita al Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste, in quanto vi ho lavorato su incarico dell’Associazione di Volontariato Culturale “Cittaviva” e sotto la supervisione della Dott.ssa Marzia Vidulli, funzionario direttivo culturale conservatore del Museo. Nel 2016 mi sono occupata del riordino delle gemme incise antiche e moderne; nel 2017 ho preparato le schede di 225 gemme, poi inserite (o aggiornate) nel Catalogo Integrato dei Beni Culturali del Comune di Trieste.

Aprendo prima l’homepage del Catalogo e poi la pagina della ricerca “avanzata” (menù a sinistra), si possono vedere tali schede, cercando semplicemente il termine “gemma” nel campo “Titolo” e spuntando “Reperto archeologico”.

Gli studi sulla collezione glittica

La collezione glittica triestina, a lungo dimenticata, è stata oggetto di ricerche scientifiche, e non più antiquarie, soltanto negli ultimi dodici anni, grazie all’iniziativa di Marzia Vidulli Torlo, curatore archeologico. Lo studio sistematico su di essa, però, sta subendo dei rallentamenti, quasi un’interruzione, per la gran mole di lavoro che esso richiede e per la penuria di finanziamenti.
La prima ad aver lavorato al riordino della collezione è stata la studentessa Corinna Fontanive in occasione di un tirocinio: dopo aver individuato 400 gemme, ne ha selezionate e studiate alcune per la sua tesi di specializzazione (Fontanive 2005-2006). Questo primo riordino ha permesso ad Attilio Mastrocinque (2007) di pubblicare le schede di 28 gemme appartenenti alla collezione triestina all’interno della Sylloge Gemmarvm Gnosticarvm.

Preziosi Ritorni

Il volume Preziosi Ritorni

Ancora una volta durante un tirocinio, nel 2008, io stessa ho ripreso il riordino, a cui è seguita la pubblicazione di due cataloghi. Nel primo, a cura di Annalisa Giovannini (2008), vi è la schedatura di 51 esemplari, di cui la maggior parte inedita; il catalogo è stato pubblicato all’interno di un volume che ha accompagnato la mostra dal titolo “«Smiraldo con testa feminile ornata … cargniola con due teste piccole» (Gerolamo de’ Moschettini 1816). Fulgore di colori nel collezionismo asburgico: gemme aquileiesi per la prima volta tornate da Vienna e Trieste”, esposta al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia a partire da dicembre 2008. Il secondo, curato da Annalisa Giovannini e Marzia Vidulli Torlo (2011), è stato pubblicato in occasione della mostra “Gioie della Terra. Gemme del Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste”, svoltasi presso la Grotta Gigante nel 2011 e in seguito trasferita nelle sale del museo; la quantità di gemme schedate è raddoppiata, ma quelle inedite sono soltanto la metà, perché si riprende la pubblicazione precedente.

Gioie della Terra

Il catalogo Gioie della Terra

Successivamente non sono stati pubblicati ulteriori cataloghi, né la collezione è stata studiata sistematicamente per intero. In questo momento alcuni esemplari sono oggetto di studio da parte di una studentessa dell’Università di Udine. Considerando che è formata da più di duemila gemme, la collezione potrebbe offrire ancora molto materiale inedito per un’indagine approfondita, diffusa e protratta nel tempo.
Nell’estate del 2016, in qualità di volontaria, ho completato il riordino iniziato nel 2008 Nel corso del 2017, sempre come volontaria, mi sono occupata della compilazione delle schede RA (reperto archeologico) di 225 gemme per il Catalogo del Comune di Trieste.

Museo

Una sala del Museo

Storia della collezione glittica

La storia della collezione glittica del Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste inizia con l’acquisizione, avvenuta nel 1870, della raccolta del farmacista triestino Vincenzo Zandonati. Questi, trasferitosi ad Aquileia, aveva radunato una moltitudine di antichità e, trasformando parte della sua casa in un museo, le aveva messe a disposizione di visitatori e studiosi. Nella collezione di Zandonati figuravano 1142 intagli e 83 cammei.
Nel 1910, alla morte del barone Giuseppe Sartorio, le eredi donarono al museo le sue raccolte di antichità, tra le quali quella di gemme, che provenivano prevalentemente da Aquileia: ne furono acquisiti 111 esemplari, ma di essi attualmente se ne conservano soltanto 55, a seguito di un furto avvenuto nel 1920.
Nel 1916 il museo ottenne la cospicua collezione di Vittorio e Giuseppina Oblasser, costituita da opere d’arte antiche e moderne, tra le quali si contavano 262 gemme incise di età classica, 229 moderne, 124 cammei e 29 paste vitree.
Una novantina di gemme, infine, sono arrivate al museo per singoli doni o acquisti.
In occasione di queste acquisizioni non ci fu l’accortezza di tenere ben distinte le collezioni: gli esemplari di Zandonati furono dapprima sommati ai pezzi di altre raccolte già presenti, poi mescolati a quelli pervenuti successivamente. Alcune gemme, inoltre, sono state smarrite.

Gemme aquileiesi nel Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste

Talvolta è possibile ricondurre le gemme triestine alle officine aquileiesi che probabilmente le produssero.
A titolo d’esempio, ecco un confronto tra una gemma della collezione del Museo di Storia ed Arte di Trieste e alcuni esemplari del Museo Nazionale di Aquileia, che riporto qui di seguito. Le somiglianze sono evidenti: indicano che la produzione è avvenuta in una medesima officina, oppure che è stato utilizzato per l’incisione un repertorio comune e ripetuto con poche varianti.

Gemma triestina

Gemma triestina

Materiale: diaspro verde
Datazione: sec I d.C.
Raffigurazione: Capretta in alto di saltare presso albero stilizzato a forma di cipresso, posto su lieve rialzo roccioso.
Collocazione:CMSA
Inventario: RA011695 (Gemme 0040)

 

Gemme aquileiesi

Gemme aquileiesi

Immagini delle gemme aquileiesi tratte da: Sena Chiesa 1966, tav. LVII nrr. 1130, 1131.


Bibliografia

Bravar, G., 1993, Vincenzo Zandonati e l’origine delle collezioni tergestine e aquileiesi, «AAAd» 40, 153-161.
Casari, P., 2009, Le gemme della collezione Sartorio a Trieste, in Sena Chiesa, G., Gagetti, E. (edd.), Aquileia e la glittica di età ellenistica e romana, Atti del Convegno “Il fulgore delle gemme. Aquileia e la glittica di età ellenistica e romana” (Aquileia, 19-20 giugno 2008), Trieste 2009, 383-386.
Fontanive, C., 2005-2006, Studio di alcune gemme con raffigurazione di Afrodite-Venere della collezione glittica del Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste (Tesi di Diploma in Archeologia e Storia dell’Arte Greca e Romana, Relatore Monika Verzar, Correlatore Fulvia Ciliberto, Scuola di Specializzazione in Archeologia, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2005-2006).
Giovannini, A., 2008, Gemme scelte dalla collezione glittica del Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste, in Ciliberto, F., Giovannini, A. (edd.), Preziosi ritorni. Gemme aquileiesi dai musei di Vienna e Trieste, Aquileia (UD), 156-177.
Giovannini, A., Vidulli Torlo, M., 2011, Gioie della Terra. Gemme dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste (Catalogo della Mostra, Borgo Grotta Gigante, 27 febbraio – 2 luglio 2011), Trieste.
Mastrocinque, A., 2008 Sylloge Gemmarvm Gnosticarvm. Parte II (Bollettino di Numismatica, Monografia 8.2.II, Anno 2007), Roma.
Ruaro Loseri, L., 1983, All’origine dei Musei di Trieste: la raccolta Zandonati, «AAAd» 23, 259-273.
Sena Chiesa, G., 1966, Gemme del Museo Nazionale di Aquileia, I-II, Padova.
Sena Chiesa, G., 1977, Gemme romane di cultura ellenistica ad Aquileia, «AAAd» 12, 197-214.
Sena Chiesa, G., 1984, Gemme del Museo Nazionale di Aquileia, «AAAd» 24, 13-28.
Sena Chiesa, G., 1989, Lusso, arte e propaganda politica nella glittica aquileiese fra tarda Repubblica e principato augusteo, «AAAd» 25, 263-280.
Vidulli Torlo, M., 1998, La formazione dell’Orto lapidario e delle collezioni romane dei Civici Musei di Storia ed Arte, «Quaderni Giuliani di Storia» 19.2, 217-226.
Vidulli Torlo, M., 2003, La formazione dell’Orto lapidario e delle collezioni romane dei Civici Musei di Storia ed Arte, Dal reimpiego al collezionismo: i Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste, in Verzar Bass, M. (ed.), Corpus Signorum Imperii Romani – Italia. Regio X. Friuli Venezia Giulia, II.1. Trieste. Raccolte dei Civici Musei di Storia ed Arte e rilievi del Propileo, Roma.
Vidulli Torlo, M., 2008, La formazione della collezione glittica del Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste, in Ciliberto, F., Giovannini, A. (edd.), Preziosi ritorni. Gemme aquileiesi dai musei di Vienna e Trieste, Aquileia (UD), 112-129.

Il sistema cibo nell’impero romano: pratica e ideologia

Il sistema cibo nell’impero romano: pratica e ideologia è il titolo della tesi di Laurea Magistrale di Pamela Tedesco, discussa il 2 luglio 2013 presso l’Università di Pisa.

In questo articolo si trovano il riassunto della tesi e i collegamenti per scaricare l’anteprima e per acquistare una copia digitale (ebook).

Riassunto della tesi

Fonti e risultati raggiunti

Al giorno d’oggi si riflette molto sul cibo in generale: diete equilibrate, diete preventive, diete vegetariane, abitudini alimentari scorrette, provenienza del cibo acquistato e così via. Questi argomenti mi prendono quotidianamente; da qui il mio interesse volto ad approfondire quali erano nell’antichità le abitudini alimentari e quanto è arrivato fino al presente del pensiero antico attorno al cibo. La concretizzazione del mio proposito è venuta con la tesi di laurea magistrale, in cui interagiscono fonti letterarie, epigrafiche e archeologiche; tramite questo lavoro infatti sono riuscita a rintracciare un filo conduttore tra le idee di età imperiale e quelle odierne sull’alimentazione, individuando le radici antiche di prassi alimentari attuali. Una questione sulla quale si riflette molto ultimamente è la crudeltà sugli animali, fonte primaria di nutrimento per gli uomini: in questa tesi si è tentato di sviluppare in modo innovativo tale argomento, utilizzando non soltanto materiali letterari ma anche archeologici.

Ercolano, Casa dei Cervi

Ercolano, Casa dei Cervi, pittura parietale, quadri di nature morte, 45-79 d.C.

Usi e concezioni alimentari

Nella prima parte (“Usi e concezioni alimentari”) si è tentato di ricostruire a grandi linee quali cibi si consumavano in età imperiale. Il punto di partenza è stato la coena Trimalchionis descritta da Petronio nel Satyricon, che è valsa da testimonianza non solo per definire quale cibo gli antichi romani mangiavano, ma anche per stimare qual era il livello di lusso raggiunto nei banchetti tenuti dalle famiglie più facoltose. Sono stati cercati confronti in altri autori, e in particolare in Varrone, Plinio il Vecchio, Marziale, Macrobio e Ateneo di Naucrati. È stato svolto inoltre un approfondimento sulla carne equina, che era esclusa dalla dieta abituale, in quanto i cavalli rappresentavano un bene fin troppo prezioso per sprecarlo a tavola. Grazie a Cesare e a Tacito sappiamo che Roma, non avendo di per sé una disponibilità sufficiente di cavalieri e destrieri, doveva ricorrere alla cavalleria delle popolazioni germaniche assoggettate, presso le quali era diffuso il culto della dea Epona. Considerati i numerosi ritrovamenti di monumenti che la raffigurano o citano, si è dimostrato che al valore pratico del cavallo si aggiungeva quello simbolico.
Dai testi considerati è emerso che all’epoca molti abusavano del cibo, perfino ricorrendo al vomito autoindotto per poter continuare a mangiare all’infinito, e spendevano ingenti somme di denaro per lo sfarzo dei banchetti. Questo stile di vita caratterizzava in particolare un gruppo sociale di quel tempo, costituito dai liberti che si erano arricchiti al punto da potersi permettere gli stessi agi dell’aristocrazia romana, ma conservavano mentalità e abitudini legate alle loro origini, quindi non sedevano a tavola con la stessa raffinatezza degli aristocratici che essi imitavano.
Sono state esaminate inoltre le testimonianze di coloro che apprezzavano piuttosto uno stile di vita frugale. Nelle Silvae il poeta Papinio Stazio racconta di aver preso parte a una cena in casa dell’amico Novio Vindice e di aver digiunato per essersi incantato davanti allo splendore di una statuetta lisippea di Ercole Epitrapezio, che in via indiretta usa per esaltare l’austerità del suo ospite e per condannare la sfrenatezza a tavola. Vista l’insistenza di Stazio sulla nobiltà della statuetta, è stato proposto un facsimile per riuscire a immaginare l’Ercole Epitrapezio in casa di Vindice. I filosofi stoici, e in particolare in età imperiale Seneca, Musonio Rufo, Epitteto e Marco Aurelio, invitavano ad adottare la giusta misura verso tutti i tipi di piaceri, compreso il cibo, indispensabile per la cura di se stessi e della propria anima. Si è evidenziato poi che le azioni degli stoici furono individuali: le leggi suntuarie, che furono emanate nel tentativo di contenere il lusso, non ottennero il successo sperato.

Marco Aurelio

Statua dell’imperatore Marco Aurelio, Roma.

Si è cercato, quindi, di spiegare la presenza delle due diverse tendenze nell’ambito della società imperiale. In breve, il modo di stare a tavola è condizionato dalla volontà di celebrare un’appartenenza sociale: nel caso dei liberti, che cercavano di imitare a tutti i costi i loro ex padroni, si trattava di condividere con i pari una felicità illusoria sfoggiando la propria ricchezza anche a tavola. Un atteggiamento simile caratterizzava anche i membri del ceto più ricco e della corte imperiale. Dalla parte opposta si trovavano coloro che invitavano alla continenza e ai pasti frugali; essi lottavano contro la sregolatezza generale, ma non si trattava di un semplice rimprovero: sentivano il bisogno di essere in grado di governare se stessi, per raggiungere la tranquillità interiore e quindi riuscire a difendersi dalle avversità esterne. Si trattò di due reazioni diverse ad altrettante situazioni di malessere, oppure si trattò di due reazioni diverse all’esigenza condivisa di dare un senso alla propria vita in un mondo che stava conoscendo una nuova realtà globale.

Curare il corpo e curare l’anima. Medicina e filosofia

Nella seconda parte (“Curare il corpo e curare l’anima. Medicina e filosofia”) si è mostrato come nei primi secoli d.C. si sia cominciato ad attribuire maggiore importanza alla dietetica, come cura preventiva per la maggior parte delle malattie.
Dopo una premessa sulle principali malattie che affliggevano l’impero romano, si è osservato che vi era uno stretto rapporto tra filosofia e medicina, perché si credeva che la mancanza di autocontrollo avesse significative ripercussioni sul corpo; viceversa si pensava che i mali del corpo potessero influire su quelli dell’anima: si rendeva dunque necessario il controllo scrupoloso di ogni aspetto della vita quotidiana, come ad esempio il cibo ingerito.
Sono stati esaminati i trattati di Plutarco, Celso e Galeno, con i quali essi raccomandavano di seguire determinati regimi dietetici, per riuscire a ottenere o mantenere una salute perfetta. Si è preso in considerazione, inoltre, la testimonianza di Elio Aristide, come caso rappresentativo di autodisciplina maniacale e di ipocondria.
Si è concluso che i medici di quell’epoca elaborarono trattati dietetici rivolti all’aristocrazia, per la quale avere un regime da seguire minuziosamente era un modo per concentrarsi su se stessi. Chi riusciva ad attenersi con rigore al regime alimentare dimostrava di avere padronanza di sé: per questo non erano soltanto i medici a dare istruzioni sui regimi, ma anche i filosofi. Da Celso a Galeno, da Musonio Rufo a Plutarco: nessuno si sottraeva alla possibilità di esprimere un giudizio personale sul rapporto che l’uomo saggio doveva avere con il cibo, perché era questa una delle problematiche dell’«età dell’interiorità».

Il cibo nella religione: sacrifici, digiuni e astinenze

sacrificio di animali

Particolare di rilievo dell’ara di Domizio Enobarbo: sacrificio di animali.

Nella terza parte (“Il cibo nella religione: sacrifici, digiuni e astinenze”) si è ragionato sul rapporto che vi era, sempre in età imperiale, tra la religione e il cibo. Per prima cosa si è ricostruito come si svolgeva il sacrificio di animali nell’antichità, esaminando fonti letterarie e archeologiche. Poi si è stabilito che sopravvivevano ancora gli insegnamenti di Pitagora, che spingevano alcuni a diventare vegetariani e a opporsi alla crudeltà verso gli animali e, di conseguenza, ai sacrifici di animali. Questi erano, per esempio, Ovidio, i seguaci della Scuola dei Sestii, e Porfirio. Si sono esaminate, inoltre, le posizioni di Plutarco e Luciano: essi scrivevano contro la superstizione e le pratiche irrazionali che essa implicava, come per esempio i sacrifici. Dopodiché si è ricordato che i primi cristiani disapprovavano il sacrificio pagano, perché lo ritenevano un’eresia e una manifestazione deplorevole di crudeltà umana, considerando in particolare la testimonianza di Tertulliano, che sosteneva l’astinenza dalla carne e proponeva un’alimentazione frugale basata sulle “xerofagie”. Pur avendo motivazioni differenti, dunque, pagani e cristiani disapprovavano parimenti l’uccisione degli animali immolati agli dei.
Si sono considerati, infine, i riferimenti di autori antichi ai sacerdoti indiani Brahmani o Gimnosofisti, che praticavano il digiuno e l’astinenza dalla carne: la dieta che essi seguivano ricorda molto il regime alimentare proposto dai filosofi stoici e da Plutarco, oppure le “xerofagie” di Tertulliano e dei primi cristiani.

Conclusione

Nella parte finale si è constatato che lo studio sul modo di pensare e accostarsi al cibo nell’antichità romana è servito innanzi tutto a stabilire che l’ideale di perfezione del corpo varia a seconda dell’epoca, dato che alcuni fattori sociali, che sono mutevoli nel tempo, lo influenzano; ha permesso inoltre di concludere che i filosofi e gli uomini di religione di ogni tempo, in genere, prediligono un ideale di magrezza, perché è indice di autocontrollo e di salute del corpo e dell’anima, e che all’insegnamento della continenza spesso è stato aggiunto quello del rispetto per gli animali, che prevede l’astinenza della carne; infine è servito a dimostrare che già nell’antichità, e maggiormente oggi, si è data grande importanza alla dietetica preventiva, perché si è capito che l’uomo tende per istinto a eccedere con il cibo, mangiando molto più di quanto sia realmente necessario alla sopravvivenza, e che un maggiore autocontrollo verso il cibo diminuisce la probabilità di ammalarsi.

Mahatma Gandhi

Mahatma Gandhi

Grazie a questi risultati è stato possibile confrontare le abitudini e le idee di oggi con quelle dell’antichità: quanto veniva raccomandato da alcuni degli autori antichi sull’alimentazione è ancora decisamente attuale. I monaci e gli asceti sono esistiti nel mondo greco-romano ed esistono tutt’ora: uno dei casi più recenti e noti è quello di Mahatma Gandhi, che con la sua Guida alla salute insegna a vivere moderatamente. Egli infatti ricorda Marco Aurelio, quando spiega che le malattie del corpo sono diretta conseguenza dei turbamenti dell’anima; o fa pensare a Galeno, quando propone la dietetica come prevenzione per la salute del corpo. Similmente a Gandhi, un medico e politico italiano di oggi, Umberto Veronesi, ha scelto la dieta vegetariana. Anche questi ricorda Galeno: entrambi hanno studiato gli effetti nocivi di un’alimentazione scorretta sulla salute e hanno proposto dei regimi dietetici precisi da seguire per ogni tipologia di malattia.


Anteprima ed ebook della tesi

Collegamento per scaricare l’anteprima: Tesi di Pamela Tedesco: Il Sistema Cibo Nell’Impero Romano: Pratica e Ideologia.

Collegamento per acquistare una copia integrale (ebook): ACQUISTA EBOOK.

A tavola nell'antica Roma

Copertina dell’ebook “A tavola nell’antica Roma”